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BENASSAI GIUSEPPE
Reggio Calabria, 1835 - Firenze, 1878
Figlio di Pietro e di Caterina Rognette, fin da giovane fu un abile
disegnatore. Compì i suoi primi studi a Reggio Calabria con Ignazio Lavagna
Fieschi, dopo aver avuto esperienze lavorative come orefice. Di questo
periodo sono le opere Panorama visto da Cava dei Tirreni e
Paesaggio roccioso. Nel 1856 si trasferì a Napoli, dove fu
allievo di Salvatore Fergola per un anno soltanto (si conoscono Grotta
Azzurra di Capri e Il Vesuvio visto da Posillipo ), essendo
stato costretto a far ritorno a Reggio per sottrarsi alle persecuzioni
della polizia borbonica. Verso la fine del 1857 si recò a Roma ( ‘57/’62 ),
dove conobbe il pittore spagnolo Mariano Fortuny e dove dipinse molti quadri
della campagna romana, sulla scia del Vertunni, con i quali partecipò a
varie esposizioni ( Stagno con i bufali, esposto alla Mostra
Borbonica di Napoli del 1859, acquistato per il Palazzo Reale di Caserta e
di cui purtroppo si sono perse le tracce, come anche dispersa è l’opera
Prepotenza e virtù, 1862 ). Nel ’63 si trasferì a Firenze, città in cui
venne a contatto con i Macchiaioli, particolarmente con Cecioni, e con
l’ambiente culturale introdottovi da Pasquale Villari ( storico e
meridionalista ). Alla Mostra di Firenze del ’68 vinse il primo premio col
dipinto La quiete, esposto successivamente, assieme a due altre
opere, Aspromonte e Tramonto, alla 1a Mostra d’Arte
Calabrese di Catanzaro del 1912 ( ed ora, le prime due, nel Museo
Nazionale di Reggio Calabria ). Nel 1869 fu inviato dal Governo Italiano
all’inaugurazione del Canale di Suez, viaggio che, ripetuto, 1871, gli
consentì la realizzazione di diversi dipinti di soggetto orientale (
Veduta delle Piramidi, Veduta del canale di Suez, Tende di
beduini, Carovana nel deserto, Un riposo nella campagna di
Siout nell’Alto Egitto, anni 1869 – ’74 ), di cui sette, tra i quali
Il leone del deserto, Il Nilo presso il Cairo da Boulack, La
fantasia dei Beduini in Ismaila, furono esposti nel 1870 all’ Accademia
di Firenze; e, assieme ad altri, alla Mostra Nazionale di Parma dello stesso
anno. Negli anni 1870 - 78 lavorò, inizialmente come decoratore di
maioliche, e nel ‘71 assumendo la direzione offertagli dal Marchese Lorenzo
II, della Fabbrica di ceramiche artistiche Ginori, di Doccia * ( ceduta nel
1896 al milanese Giulio Richard, da cui il nome Richard Ginori e che ebbe
dal 1923 al 1938 il celebre Giò Ponti come designer ), determinando un
indirizzo nuovo come l’introduzione di scene di paesaggio, influenzate dal
Naturalismo. La produzione ceramica dell’autore ( a Vienna nel 1873 espose
quattro formelle con le quattro parti del mondo, ricevendo un premio
) comprende numerosi capolavori, tra i quali Il Colosso, che
raffigura l’incendio delle Pampas ( vaso alto cm 175 e con diametro di cm
140, Sesto Fiorentino - Museo delle Porcellane ) e Cavalli bradi (
piatto con diametro di cm 70 ). Si interessò molto di arti applicate,
scrivendo anche un saggio, dedicato al Villari, Le arti, lo Stato e le
industrie nazionali, pubblicato a Firenze nel 1868; e creando a
Sesto Fiorentino nel 1873 una Scuola di disegno industriale per le
maioliche. Prese parte a diverse Promotrici Napoletane ( 1863 - con
Paesaggio, vicinanze di Aspromonte; 1864 – con Campagna
romana con ruderi e bovini e Ritorno da una gita di piacere;
1866 – con Dintorni di Pisa e La pineta del Gombo; 1869; 1870;
1871 - con Tombolo presso Livorno; 1874 – con La pastura sull’appennino
toscano e La piazza del mercato dei cammelli al Cairo ); alle
Mostre di Brera a Milano ( 1863; 1865; 1866; 1868; 1869; 1870 );
all’Esposizione di Torino ( 1863 – con Paludi di Ostia; 1864 -
con Somarelli tra i fiori e Somarelli tra le spine; 1880 ) e
ancora a Torino, alle Mostre della Società promotrice ( 1865 – con
Paesaggio; 1866 – con Dintorni di Pisa e Un cane da caccia
disperso; 1869 – con La casetta dei forestali in Aspromonte e
Veduta della Rocca e spiaggia di Scilla; 1879 – con Il canale di Suez,
Il gran deserto con carovana, Attendamento di Arabi presso le
Piramidi, Campagna con buoi ); alle Mostre di Firenze del 1866 e
’67; all’Esposizione Universale di Parigi del 1867 - con Le paludi di
Ostia e La primavera; all’Esposizione artistico – industriale
di Milano, con alcune maioliche, tra cui La Fornarina e I quattro
poeti dell’Olimpo. Sue opere furono esposte alla 1a Mostra Calabrese
d’Arte Moderna di Reggio Calabria del 1920. Nella Galleria d’Arte Moderna di
Palazzo Pitti a Firenze la sua opera Pastore con gregge e in quella
di Roma Cammelli a San Rossore. Nel Palazzo della Provincia di Reggio
Calabria, Ufficio del Presidente, la grande tela La raccolta del grano,
o anche del fieno, esposta a Milano. Fu anche scrittore, e ottenne
una collaborazione a “La Nazione” di Firenze ( articolo sulla pittura sacra
di D. Morelli del 14.4.’76 e altri scritti ). Nel 1877 fu nominato
Professore onorario all’Istituto di Belle Arti di Napoli. Fu anche un ottimo
litografo ( Daino solitario, 1871 ) e altrettanto valido incisore. Il
29 maggio del ’78, su consiglio dei medici, Benassai rientrò nella città
natale, sperando in un miglioramento della malattia che lo tormentava da
anni. Ma, contrariamente a quanto riportato in tutti i testi che citano la
“voce”, ritornò a Firenze, dove morì il 5 dicembre delle stesso anno,
secondo i dati rinvenuti nell’anagrafe storica del capoluogo toscano.
> INDICE
BOCCIONI UMBERTO
Reggio Calabria, 1882 – Verona, 1916
Pittore scultore
critico. Nacque a Reggio Calabria da genitori romagnoli: il padre era
impiegato di prefettura, e pertanto costretto a vari spostamenti per via
dell’ufficio. A Reggio frequentò le prime classi delle elementari,
continuando poi le scuole a Forlì, Genova, Padova, Catania, dove conseguì il
diploma nell’Istituto Tecnico. Durante il corso di studi Boccioni manifestò
forti interessi per il disegno e la letteratura. Conseguito il diploma, nel
1899 si trasferì a Roma, probabilmente per iscriversi alla Scuola libera
del nudo; certamente frequentò la Scuola serale delle Arti ornamentali di
via san Giacomo e, assieme a Sironi e a Cambellotti, lo studio di Balla, a
cui dovette “ il mutare della sua pittura dalla mano irresoluta di giovane
principiante a quelle di chi controlla e ha una sicura padronanza delle
regole del disegno, del colore e sopratutto della prospettiva “ ( E.Coen ).
Conobbe Severini al Pincio, durante una serata. Furono, questi, anni di
studi approfonditi sul Divisionismo, la Pittura Francese, il Simbolismo, con
interessi rivolti alla situazione culturale- artistica - filosofica
europea, in modo particolare a Sorel, Schopenhauer, Renan, Nietzsche;
scrisse un romanzo, Pene dell’anima,
1900, e collaborò con alcuni periodici ( La Gazzetta della Sera ). Il suo
primo disegno conosciuto è del 1901. Nel 1904 espose un
Paesaggio
alla Mostra degli Amatori e Cultori di Roma, mentre l’anno seguente la
giuria su sei opere scelse soltanto un
Autoritratto. Per
cui, assieme a Bompard Ciacelli Calori Costantini Jerace e Rizzi fu
organizzata la “Mostra dei Rifiutati” al foyer
del Teatro Nazionale.
Nel 1906, avendo vinto una borsa di studio, andò a Parigi ( permanenza
condivisa con Mario Sironi ), dove soggiornò per cinque mesi, studiando
Cézanne, Toulouse – Lautrec, Van Gogh. Quindi viaggiò in Russia ( assieme a
Petrowna Berdnicoff, agosto 1906 ), a Varsavia, a Vienna. Gli spostamenti
furono numerosissimi, come anche i contatti. Nel 1907 si iscrisse
all’Accademia di BBAA di Venezia, frequentando solo pochi mesi, per poi
trasferirsi a Milano, dove realizzò una serie di bozzetti per alcune riviste
( copertine
per Ricordi; réclame
per il Touring club;
testata
per la rivista “ Il lavoro italiano” , rifiutata! Boccioni incontrò
difficoltà tra gli editori; non so fare i visi
belli, diceva ). Il
due marzo 1908 conobbe Previati ( seconda fase del Boccioni pre – futurista
); il cinque aprile vendette il quadro Meriggio
( Campagna romana )
al sig. Gabriele Chiattone per 80 lire. Nello stesso anno partecipò
all’Esposizione Nazionale di BBAA di Milano, col pastello
Interno.
Di importanza fondamentale per Boccioni fu l’incontro con Marinetti, il
quale intanto aveva pubblicato sul “Figaro” di Parigi del 20 febbraio 1909
il Manifesto del Futurismo. Come curiosità storica c’è da dire che questo
manifesto avrebbe potuto vedere la luce in Sicilia, a Palermo, e se questo
non avvenne fu colpa del terremoto di Messina del 1908 che non consentì la
pubblicazione della rivista La Fronda,
che ne aveva già stampato le bozze. Chissà se l’importanza del Futurismo
sarebbe stata la stessa! Il
1910 vide la luce il Manifesto dei Pittori
Futuristi, alla
stesura del quale partecipò anche Boccioni. “ Incontro con Marinetti e
decisione di lanciare un manifesto ai giovani artisti per invitarli a
scuotersi dal letargo. Il mattino seguente Boccioni, Russolo ed io ci
riunimmo in un caffè di Porta Vittoria, vicino alle nostre case, e con molto
entusiasmo abbozzammo uno schema del nostro appello. La stesura definitiva
fu piuttosto laboriosa; ci lavorammo tutto il giorno noi tre, e la sera
insieme con Marinetti e con l’ausilio di Decio Cinti, segretario del gruppo,
lo completammo in tutte le sue parti e, fattolo firmare anche a Bonzagni e
Romani, passammo il testo alla tipografia. Diffuso in molte migliaia di
copie il giorno dopo, quel grido di baldanzosa e aperta ribellione nel
grigio cielo artistico del nostro paese fece l’effetto di una violenta
scarica elettrica. La reazione fu di tale asprezza da indurre Bonzagni e
Romani a ritirare la loro adesione”. ( C.Carrà, Tutti gli scritti, opera
citata ). I loro nomi saranno poi sostituiti da quelli di Balla e Severini.
Il Manifesto, datato 11 febbraio, fu poi lanciato in una manifestazione
pubblica al Politeama Chiarella di Torino l’8 marzo successivo. Il
Futurismo, la caffeina d’Europa,
è da considerarsi un’autentica rivoluzione culturale, la rivolta più
importante che l’Europa abbia conosciuto contro “quelle idealità che si
erano rivelate illusorie e che avevano lasciato gli artisti nell’abbandono
materiale e morale e contro ogni superstite verismo ottocentesco; contro
queste idealità si fece appello alla violenza fisica e verbale, al cinismo,
al disprezzo, si parlò di guerra, sola igiene del mondo, si fece appello a
un vero brutale, elementare, barbarico”( C. Maltese ).
La città che sale,
1910, ’11 ( un bozzetto a Milano, Pinacoteca di Brera; un altro in
collezione privata; mentre l’opera è a New York, Museun of Modern Art, con
il “placet” di G.C.Argan, che nel 1940 per la Galleria Nazionale di Roma
preferì il Ritratto del Maestro Ferruccio
Busoni ! ) fu il
primo lavoro futurista in senso stretto; ma la sintesi dinamica teorizzata
da Boccioni, come fusione e ricomposizione delle forme, è presente
sopratutto nella scultura ( delle dodici che si conoscono soltanto cinque ne
sono rimaste ), dove si realizza un diretto contatto dei volumi con
l’ambiente: Fusione di una testa e di una
finestra, 1911,
Testa + casa+ luce,
1911, Sviluppo di una bottiglia nello spazio,
1912, esposta al “Salon d’Automne”; Dinamismo
di un ciclista, 1913,
Forme uniche della continuità nello spazio,1913,
gesso originale al Museo d’Arte Contemporanea di San Paolo del Brasile ( e
del quale sono state tratte sei fusioni ),
Dinamismo di un cavallo in corsa + case,
1914, coll. Peggy Guggenheim, Venezia. Ancora nell’estate del ‘10 Marinetti
presentò ben 33 opere, tra quadri, impressioni, pastelli ( tra cui
Gisella
), disegni e incisioni di Boccioni a Venezia, Ca’ Pesaro. Nel 1911 con
Carrà e Russolo partecipò alla prima Esposizione d’arte libera, al
Padiglione Ricordi a Milano, esponendo La città
che sale,
Baruffa,
Retata
e un’opera sfregiata da un visitatore,
La risata.
La mostra fu
stroncata da Soffici su La Voce,
ragione
per la quale venne
organizzata una spedizione punitiva a Firenze, dove furono affrontati i
vociani al Caffè delle Giubbe Rosse. Alla
fine dell’anno andò a Parigi con Carrà per preparare la Mostra Futurista,
che si tenne nel febbraio successivo alla Galleria Bernheim – Jeune ( con le
opere Gli addii,
Quelli che vanno,
Quelli che restano,
La strada entra nella casa,
La risata,
La città che sale
), dove conobbe Archipenko, Brancusi e Duchamp e, per il tramite di
Apollinaire, Picasso. Nello stesso anno fu presente alle inaugurazioni di
Londra, Berlino, Bruxelles e pubblicò inoltre il
Manifesto tecnico della Scultura Futurista.
Nel 1913 ebbe una violenta polemica con Apollinaire su “Cubismo orfico e
Futurismo”, ed espose le sculture futuriste alla Mostra di Roma e alla
Galleria “ La Boétie” di Parigi. In ottobre pubblicò
Programma politico
futurista.
Sempre nel ’13 una Mostra di Sculture di Boccioni inaugurò la Galleria
Futurista permanente in via del Tritone, Roma, del calabrese Giuseppe
Sprovieri. * Nel 1914 diede alle stampe Pittura
e Scultura Futuriste,
opera fondamentale, con la quale teorizzò il mito della macchina, della
velocità, dell’industrialismo, ponendo il Movimento come contro – altare al
Cubismo di Picasso e Braque. Con Marinetti, Russolo, Piatti, Carrà inscenò a
Milano manifestazioni interventiste e venne arrestato. A Parigi Sibilla
Aleramo lo presentò a D’Annunzio. Nel ’15 si arruolò nel battaglione dei
volontari ciclisti. Nell’estate fu ospite di Ferruccio Busoni, a Pallanza.
Nel gennaio 1916 lanciò il Manifesto ai Pittori
Meridionali,
pubblicato sul periodico napoletano “Vela latina”, dopo aver parlato alla 1a
Esposizione d’Arte di Napoli con Marinetti, Cangiullo e Jannelli. Tornato al
fronte, presso Verona, perse la vita, a soli 34 anni, all’alba del 17
agosto, in seguito ad una caduta da cavallo, una puledra da lui chiamata
“Vermiglia”. Negli ultimi dieci anni sono state esitate in aste pubbliche
nazionali e internazionali 13 pitture, 69 tra acquerelli e disegni e 28
opere a stampa.
> INDICE
CANNATA ANTONIO
Polistena ( RC ), 1895 – Roma, 1960
Pittore autodidatta,
esordì nel 1920 a Napoli, dove si era trasferito e dove conobbe vasta
popolarità, entrando subito nel clima della cultura artistica cittadina. Nel
corso della sua carriera partecipò a tre Biennali di Venezia ( 1930 - con
Fondaco rustico,
sede centrale del Banco di Napoli; 1934 - con due pastelli; 1936 - con una
pittura ) ed ordinò molte personali in numerose città italiane: 1928, Roma -
Associazione Calabrese, con cinquanta opere; 1932, Reggio Calabria - con
trentuno opere, tra cui Marina di Ostia,
Case rustiche calabresi,
Pagliaia della Piana,
Lago di Como,
Cortile di Caivano;
primi anni ’30, Napoli - Compagnia degli Illusi, con presentazione in
catalogo di Salvatore Di Giacomo; 1933, Catanzaro - Salone del Municipio (
X Mostra del pittore A. C. ), con trenta opere, tra cui
Nuvole sull’Aspromonte,
Aia calabrese,
Montagne di Cittanova,
Arco di Tito,
Valle del Bufalo ( Sila ),
Case rustiche di Polistena,
Le Dolomiti,
Monte S. Elia ( Palmi ),
Montagne di Cittanova,
Anoia visto da Polistena,
Via del Ponte Vecchio,
Tramonto sul lago di Patria,
con un catalogo
contenente giudizi critici di Francesco Jerace, Vincenzo Gemito ( “Mi
esprimo così sulle vostre opere: pastelli sensibili ed amorevoli per quanto
in nostra epoca si produce” ); 1934, Cosenza - Nuova sede dell’Accademia
cosentina ( XI Mostra del pittore A. C., dedicata a Michele Bianchi ), con
quarantaquattro opere, tra cui Tramonto nella
Sila Piccola,
Aspetti dell’ Ampollino,
Il Vesuvio,
Una via di Polistena,
Il castello di San Giorgio Morgeto,
Prato fiorito
Venezia,
Marina di Pozzuali (
sic ), Napoli orto botanico,
Frutta,
Nella villa di Catanzaro,
Laghetto,
Vecchia vite,
Pesci,
Primavera.
Espose
anche all’estero, Parigi, New York, Bruxelles, ottenendo sempre buon
successo in virtù dell’ alta qualità della sua pittura, sempre legata ai
motivi più semplici della vita romantica e grazie sopratutto al colore,
elegante morbido dolce. Nel 1932 lo studio dell’artista, in via Foria a
Napoli, fu visitato dal poeta Libero Bovio, che sull’arte di Cannata così
scrisse: “ E’ un antico, questo pittore, che ha una sensibilità moderna.
Egli sa che il nuovo è nel vero, e che tutto il resto è acrobazia e
menzogna”. Alla domanda del pittore:” Che vi pare? Che nome dareste a questa
mia pittura?”, il poeta di rimando: “ Un solo nome, un grande nome, Poesia
“. Fu pittore di paesaggi e ottimo pastellista ( pastelli e gessetti su
tavola ). Fu presente alla 2a Mostra d’arte di Polistena del 1955 con due
Paesaggi.
Alcune sue opere nel Museo di Palmi e nel Municipio di Polistena. Il
pastello Case del Calvario
fu acquistato del
Governo nazionale per la Galleria d’arte moderna di Roma. Numerosissime le
opere in collezioni private, sopratutto in Calabria e a Roma. Negli ultimi
dieci anni sono passate in aste pubbliche 17 pitture e 3 disegni.
> INDICE
CEFALY
ANDREA
Cortale ( CZ ), 1827 - 1907
Figlio di Domenico,
proprietario terriero e della napoletana Caterina Pigonati, letterata e
musicista, Cefaly ebbe un ruolo di caposcuola in Calabria ed è certamente il
pittore più importante della regione in quel tempo. Dopo gli studi
catanzaresi nel collegio degli Scolopi, il padre desiderava avviarlo alla
professione forense, ma egli giunto a Napoli, 1842, frequentò le lezioni
del letterato Cesare Malpica e di Francesco De Santis .Vinta la resistenza
paterna, si iscrisse all’Accademia di Belle Arti, allievo di Filippo
Marsigli, e alla scuola libera di Giuseppe Bonolis ( suoi compagni di studi
ed amici erano i Palizzi Cammarano Tedesco Altamura Morelli). Infine ebbe
come guida Giuseppe Mancinelli, all’epoca considerato un innovatore. Nel
1848 prese parte ai Moti Liberali antiborbonici e combattè anche nella
Guardia Nazionale, di cui fu capitano. Nel ’55 fu nuovamente a Napoli, nel
tempo in cui era in corso la rivoluzione pittorica in direzione verista. Due
anni dopo aprì studio al vicoletto San Mattia, divenuto confluenza e
officina di pittori e letterati. Nel ’60 fu con Garibaldi, che seguì fino
alla battaglia del Volturno, esperienza che tradusse in diverse opere
pittoriche. Nel 1861 fu ospite di Nicola Palizzi, a Sorrento. Ritornato a
Cortale, nel ‘62 vi fondò una Scuola di Pittura, presidente onorario era
Garibaldi, chiamata Istituto Artistico e
Letterario, o anche
Società degli artieri
( dal ’62 al ’64 ne divise gli insegnamenti col pittore irpino Michele Lenzi).
La scuola fu frequentata da molti giovani artisti e del paese, Raffaele
Foderaro e Michele Mangani e di quelli viciniori, Guglielmo Tomaini da San
Pietro Apostolo, Antonio Palmieri e Guglielmo De Martino da Lamezia Terme,
Carmelo Davoli da Filadelfia, Antonio Migliaccio da Girifalco, Gregorio e
Raffaele Cordaro da Borgia, ed ebbe termine nel 1875. Si interessò
attivamente di politica e fu consigliere comunale e provinciale ( anni 1871
- ’75 ), e deputato repubblicano al parlamento ( anni 1876 - ’80 ), nella
XII e XIII legislatura del Regno d’Italia, quando la destra era al potere,
cercando sempre di sensibilizzare gli ambienti politici intorno alle tristi
condizioni della Calabria di allora. Partecipò a molte esposizioni del
tempo, tra le quali bisogna ricordare: la Mostra Borbonica di Napoli del
1859, a cui inviò le opere Il giudizio di
Minosse e
La Traviata
( che fu premiata con Gran Medaglia al merito distinto e che
si trova a Parigi, Museo del “Louvre”, col titolo
La Tradita
); la Mostra Nazionale di Firenze del 1861, con le opere
La battaglia di Capua
( o anche
Campagna del Volturno, 1 ottobre 1860,
commissionatagli da Vittorio Emanuele II, in data 7 dicembre 1860, Reggio
Calabria, Museo Nazionale ) e Allegoria: il
cavallo sfrenato ( Napoli ) che abbatte la reazione,
riproposta alla Promotrice del ‘62; le Promotrici Napoletane del 1862, 1863,
con Costumi calabresi,
1866, con Il miglior modo di viaggiare in
Calabria ( Napoli -
Museo di Castel Nuovo), opera che assieme a I
calabresi, veduto ch’è inutile lo sperare più strade tentano mettersi in
relazione con gli altri popoli affidandosi ad un pallone spinto da un razzo
volante presentò
anche l’anno dopo1867, 1880, con la Francesca
da Rimini ( Napoli -
Museo di Capodimonte), 1883, con alcune opere in ceramica:
Corradino,
L’Inferno,
Cavallo aggredito dai lupi,
Partenza dei bersaglieri
e due tele: Accanto al camino
e
Archimede sorpreso dai soldati mentre è assorto nei suoi
studi, 1884, con
Fiori e farfalle
e
Germanico fa partire le donne dal campo;
l’Esposizione di Vienna del 1873, con La
battaglia di Benevento,
anche questa premiata ( Catanzaro - Museo provinciale ); la Mostra
Nazionale di Napoli del 1877, con Amore e morte,
Morte di Spartaco, Il viaggio di Caino
attraverso lo spazio;
la Mostra di Roma del 1883, con Ritratto del
prof. Zuppetta,
Chi compra Manfredi?
(Catanzaro – Museo provinciale ), La battaglia
di Legnano,
ripresentata all’Esposizione Generale Italiana di Torino del 1884 (
Catanzaro - Museo provinciale ). Cefaly ebbe una produzione molto vasta e
molto varia, dai dipinti dal vero di matrice palizziana, ai ritratti, ai
quadri di soggetto letterario e storico. Negli ultimi anni incentrò il tema
del suo lavoro sugli episodi della Divina Commedia. Oltre a quelle già
indicate, un nucleo consistente di sue opere è conservato nel Museo
Provinciale di Catanzaro ( tra le altre, La
barca di Caronte,
Episodio garibaldino,
Autoritratto,
Nevicata,
Il cavadenti,
Morte di Raffaello,
Tramonto,
Famiglia in terrazza,
La moglie in giardino,
Donna albanese con capra,
La Madonna dell’Uva,
Terrazza a Sorrento,
Incendio di Roma,
Progresso in America,
Bivacco di garibaldini,
La scuola obbligatoria, Caino,
Piccarda Donati ), in
altre sedi della città ( Bruto che condanna i
figli, 1863, venduto
per una somma notevole alla Provincia, nella cui sede è allocato, e per il
quale ottenne una medaglia d’oro) e in collezioni private; un gruppo di
cinque ritratti di compositori e musicisti (
Ettore Berlioz ,
Michele Costa,
E. Camillo Sivori,
Niccolò Paganini,
Ferdinando von Hiller
) si trovano nel Conservatorio San Pietro a Maiella di
Napoli; altre sono sparse in musei italiani ( ritratto di
Saverio Mercadante,
Napoli - Museo di S. Martino) e stranieri. Si conosce anche un’opera
scultorea, All’Italia,
nella Piazza del suo paese. La 1a Mostra d’Arte Calabrese di Catanzaro del
1912 venne organizzata dal Frangipane in occasione delle onoranze decretate
dalla Provincia a “Cefaly, pittore e patriota”; furono esposte ben novantuno
opere. E altre ne furono esposte alle Mostre Calabresi d’Arte Moderna di
Reggio Calabria del 1920,’23,’24, e alla prima retrospettiva catanzarese del
1953. Nel cinquantenario della sua morte venne pubblicato un numero
monografico della rivista “Calabria letteraria” (maggio ’57; dir. E.
Frangella ), esaustivo sull’opera dell’artista. Nel 1998 nel Complesso
monumentale del San Giovanni, Catanzaro, si è svolta una importante rassegna
su “Cefaly e la Scuola di Cortale” a cura di Tonino Sicoli e Isabella
Valente. Episodicamente fu anche scrittore ( poesie, testi teorici,
Scritti d’arte,
Pensieri artistici )
e musicista ( suonava l’oboe e il pianoforte e fu inventore di uno strumento
a tre corde, il “pèssolo” ).
> INDICE
COLAO
DOMENICO
Vibo Valentia, 1881 - Roma, 1943
Il padre desiderava
avviarlo alla carriera forense, così egli frequentò per un biennio
l’università di Napoli. Morto il genitore, si iscrisse all’Accademia di
Belle Arti di Firenze divenendo allievo di Giovanni Fattori. Tra il 1907 e
il 1911 visse a Parigi, dividendo lo studio, una gelida mansarda a
Montmartre, con un pittore del Novecento, Anselmo Bucci e frequentando
Leonardo Dudreville e Gino Severini. Esordì nel 1914 a Fiuggi, con una
mostra di pastelli aventi a tema motivi parigini. Nel ’15 fu richiamato in
guerra; dopo di allora i soggetti delle sue opere si ispirarono alle umili
condizioni delle genti di Calabria. Nel 1919 espose alla Mostra Collettiva
del Circolo Artistico di via Margutta, Roma. Dal 1922 al 1927 fece parte,
assieme a Umberto Diano, Alessandro Monteleone, Ezio Roscitano, Carmine
Tripodi del Gruppo Artistico Calabrese,
che cercò di opporsi agli aspetti folkloristici dell’arte meridionale,
tentando di dare al problema del regionalismo artistico un’impostazione di
più ampio respiro, ottenendo sopratutto negli anni ’26 e ’27, importanti
riconoscimenti dalla critica ufficiale. Nel ’25 espose alla Casa d’arte
Bragaglia, ancora a Roma e alla Bottega di poesia, a Milano con un
importante testo in catalogo di Enrico Somarè. Nel ’26 fu presente alla 1a
Mostra del Novecento, a Milano ( organizzata sotto l’egida critica di
Margherita Sarfatti e inaugurata dal Duce ), con tre quadri,
La Famiglia,
Il grano,
Paesaggio calabrese (
Roma - Galleria Nazionale d’arte moderna ); alla XCII Esposizione degli
Amatori e Cultori di Roma, assieme al “Gruppo”; alla Biennale di Venezia,
ove espose Il pane
e
Libecciata.
Il ’27 lo vide esporre all’Internazionale di Monza e il ’28
alla
“Exposiciòn de Arte Francès, Italiano y del Libro Alemàn”,
allestita dai pittori e dagli scultori madrileni. Nel ’29 prese parte alla
2a Mostra del Novecento Italiano, Milano e alla III Mostra Marinara d’Arte
di Roma; nello stesso anno gli fu assegnata una parete alla 1a Mostra del
Sindacato Laziale degli Artisti, al Palazzo delle Esposizioni, Roma, dove
espose un gruppo di dodici opere tra cui
Bambino dormiente. Il
’30 partecipò alla Sindacale Fiorentina e fu presentato a Mussolini. La
Biennale di Venezia lo vide ancora presente in altre sei edizioni: 1930 -
con Ritratto muliebre,
I vecchi,
Bambino al balcone;
1932 - con tre opere; 1934 - con tre opere, tra cui
Bambino che legge
e Bambino seduto;
1936 - con cinque opere; 1940 - con sala personale, comprendente diciassette
opere, tra cui La pergola;
1942 - con Trebbiatura in Toscana.
Il 1931 presentò tre quadri, L’uomo in cammino,
Paesaggio
e un'altra opera, alla 1a Quadriennale romana; venne invitato all’estero,
all’ “International Exbition” di Pittsburg e tenne una mostra alla Galleria
Pesaro di Milano, assieme ad altri tre artisti calabresi, Monteleone Ortona
Roscitano, con testo in catalogo di Michele Biancale. Nel ’32 e nel ’34
prese parte alla III e IV Mostra del Sindacato Laziale, a Roma, con otto
opere la prima e tre la seconda. Ancora nel ’34 tenne una personale al
Circolo delle Arti e delle Lettere, Roma; e fu invitato alla Mostra
Internazionale d’arte Coloniale, Napoli e alla 1a Mostra del Sindacato
Toscano, Firenze, con due opere. Nel ’35 partecipò alla Quadriennale romana
con tre opere e alla Mostra sindacale dei Disegni, Roma. Nel 1939 ricevette
un premio per la pittura dall’Accademia d’Italia; nello stesso anno fu
nuovamente invitato alla Quadriennale romana, dove Giuseppe Bottai gli
acquistò l’opera Vecchio cavallo sulla spiaggia
per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Nel 1940 Corrado Alvaro
gli presentò il catalogo per la mostra della Galleria Gian Ferrari di
Milano, mostra nella quale era esposta una serie di
paesaggi calabresi
e toscani.
Nel ’43 partecipò alla 4a Quadriennale romana con più opere, tra cui un
Autoritratto.
Fu Professore onorario dell’Istituto di BBAA di Napoli, di Firenze e di
Perugia. Colao dipinse paesaggi e figure, di buona fattura, trattati con
molta sensibilità cromatica, non immune dalla lezione fattoriana. Fu anche
affreschista. Nella Pinacoteca Barbella, Chieti, le opere:
La Casa del pescatore,
Il pino solitario,
Barche su una spiaggia calabrese,
Paesaggio calabrese;
nella Galleria Comunale di Arte Moderna, Roma,
La raccolta del granturco,
Autoritratto
e due
Paesaggi.
Tra il ’92 e il 2000 sono state vendute in aste pubbliche 4 pitture.
> INDICE
GARIANI
GARIBALDI
Catanzaro 1861 ( 1862 ) – 1930
Compì i suoi studi
all’Accademia di Belle Arti di Napoli, seguendo gli insegnamenti di Filippo
Palizzi e di Domenico Morelli, dal quale mutuò il colorismo morbido e
raffinato. Dopo alcuni soggiorni romani ritornò nella natia Catanzaro,
ricevendo l’influsso di Andrea Cefaly. Fu pittore di concezione moderna per
il tempo in cui visse, mal compreso dall’ambiente artistico cittadino, da
cui si allontanò ritenendo di esserne osteggiato. Il suo tema preferito
furono i ritratti della borghesia,
da cui traeva sostentamento. Giuseppe Casalinuovo lo definì il
signore del pennello.
Di pregio i pastelli
e le sanguigne
con scene di costumi calabresi; ma dipinse anche eccellenti
paesaggi,
soggetti sacri
e opere di genere.
Espose in numerose mostre in Italia ( Milano, Torino, Roma, Genova -
Promotrice del 1893,
con l’opera Povera mamma
) e all’estero ( Parigi, Londra, Barcellona, Monaco, Chicago ). Su invito
del Frangipane, che scrisse di lui come pittore
di visioni e
morbidezze cremoniane,
fu presente alle Biennali Calabresi del 1922 e del 1931 (
Autoritratto,
attualmente nel Museo Provinciale di Catanzaro, assieme a
Civetterie, popolana di Caraffa
). Sue opere in collezioni
private a Cosenza ( Paesaggio,
olio su cartone, Autoritratto,
sanguigna, Ritratto di giovinetta,
olio ), Catanzaro, Roma.
> INDICE
JERACE FRANCESCO
Polistena ( RC ), 1853 ( 1854, 1857 ) – Napoli,
1937
Occasionalmente
pittore, fu uno degli scultori più importanti che abbia avuto la regione,
“iniziato al glorioso cammino dell’arte dall’avo suo materno Francesco
Morani”(A. Frangipane ). Arrivato a Napoli nel 1869, l’anno successivo si
iscrisse all’Istituto di Belle Arti di Napoli, frequentando le lezioni di
Tito Angelini, Tommaso Solari e Stanislao Lista. Strinse duratura amicizia
con Saverio Altamura e frequentò la casa-studio di Edoardo Dalbono, a
Mergellina, cenacolo di grandi artisti del tempo: Edoardo Tofano, Giuseppe
De Nittis, Marco De Gregorio, Francesco Paolo Michetti. Fu anche assiduo
frequentatore delle lezioni di Francesco De Santis. Esordì alla Promotrice
napoletana del 1871 con due opere di connotazione realistica, la
Nidia cieca
e il Ritratto di Girolamo
Marafioti. Nel ’72
vinse il Concorso dei Virtuosi del Pantheon, per cui gli venne affidato
l’incarico di realizzare il Monumento funebre a
Mary Sommerville, che
venne ubicato (1876) nel Cimitero degli Inglesi di Napoli (nel giardino
della Chiesa di Santa Maria della Fede. Nel 1980 le tombe sono state
sgombrate e l’area destinata a verde pubblico ). Da allora il suo lavoro fu
segnato da committenze private, le aristocrazie napoletana e calabrese, e
pubbliche e da successi nazionale e internazionali. Nel 1875 decorò Villa La
Fiorita, oggi Villa Domi, a Capodimonte, su commissione del console Oscar
Meuricoffre, per il quale successivamente ( 1885 ), realizzò il
Monumento funerario
( Cimitero degli Inglesi ). Fu presente a molte Promotrici napoletane ( in
alcune della quali fece parte della giuria ): 1873 - con la tela
Si pavoneggia
e quattro terrecotte, Emir,
Alda,
La pacchianella,
Il conte di Xiquena;
1874 - con due terrecotte, Studio
e
Studietto,
il bassorilievo Damea, figlia di Pitagora
e il gesso
Et tristis erat amica mea usque ad mortem;
1875 - col Guappetiello,
bronzo, opera affine alla ricerca veristica di Gemito ( alla cui moglie,
Anna Cutolo, la modella più richiesta dai pittori del secondo Ottocento a
Napoli, dedicò un ritratto, Cosarella,
1884 ) e di Achille d’Orsi, e riesposta in altre edizioni; 1876 - con due
terrecotte, due gessi, Da poco nato
e
En attendent
e un marmo, Dusicka;
1880 - con La soubrette;
1916,’17- con Myriam,
G.B.Vico,
e Anacreontica.
Fu invitato alla Mostra Nazionale di Torino del 1880, con sette opere, tra
cui Mariella,
bronzo poi tradotto in marmo, Victa,
( allegoria della Polonia : vinta, ma non domata! ), riprodotta dall’artista
ben diciotto volte per soddisfare le continue richieste ( un esemplare
presso l’Amministrazione Provinciale di Reggio Calabria e un altro al Museo
Filangieri di Napoli ), Marion,
ispirata a una poesia di De Musset
e il gruppo
Il Trionfo di Germanico,
gesso ( poi tradotto in marmo, cm 344 x 220 x 165, e col titolo
I Romani
a Roma, Galleria Nazionale d’Arte moderna, acquistato
dall’artista nel 1900 ); alla Mostra di Napoli del 1877, con sei opere, tra
cui ancora il Guappetiello;
alla Mostra di Milano del 1881, con la Victa
e la
Maia,
e del 1894; a Roma, nel 1883, alla grande Mostra Nazionale nel Palazzo delle
Esposizioni ( appena costruito da Pio Piacentini ); alla Mostra di Bologna
del 1888; alla Mostra di Palermo del 1891, con le opere
Arianna,
Fiorita,
Principe di Satriano,
Carmosina
(
Napoli, Galleria di
Capodimonte ), premiata con Medaglia d’oro, e del 1901, con la
Statua di Antonio Toscano
( il prete calabrese che partecipò alla difesa della Repubblica Napoletana
del 1799 ), per la quale gli venne nuovamente assegnata la Medaglia d’oro.
Partecipò inoltre a dieci edizioni della Biennale di Venezia ( 1895, con
tre sculture; 1897, con una scultura; 1899, con otto sculture; 1903, con
quattro sculture; 1905, con Hadria,
Berlino- Palazzo Imperiale e un’altra scultura; 1907, con cinque opere:
Ritratti
in marmo o gesso di
Crispi,
Mosè Bianchi,
della Baronessa Savarese,
e altri due; 1909, con sala tutta per sè, comprendente quindici sculture (
molti Gruppi
) e cinque disegni; 1914, con una scultura; 1920, con una scultura; 1926,
con due sculture ); a numerose Mostre Internazionali ( Parigi, 1878, 1887,
col gruppo Eva e Lucifero,
1900; Melbourne, 1880; Monaco di Baviera, 1893, 1895, 1900; Vienna e Anversa
( con Ercolanea
), 1894; Barcellona, 1896,
con l’Arianna;
St Louis, 1904 ); e alle Biennali Calabresi di Reggio Calabria ( 1920 - sala
personale con, tra le altre opere, La duchessa
Ravaschieri, un
Cristo
in marmo, il bassorilievo di San
Paolo, un disegno per
il monumento al latinista calabrese Diego
Vitrioli, un olio, e
il famoso marmo Era di maggio,
modellato sugli echi dei versi di Di Giacomo prima in terracotta, 1896, e
poi in due esemplari in marmo, un esemplare a Reggio Calabria,
Amministrazione Provinciale; 1922 - con una terracotta,
Vella,
un esemplare del Guappetiello,
due disegni e due pastelli, un olio, Tropea
antica, un marmo,
Nosside,
1920, Reggio Calabria, Municipio, e il cui gesso è conservato nella
Gipsoteca Jerace* presso l’Amministrazione Provinciale di Catanzaro; 1924 -
col marmo L’Eroica,
Reggio Calabria, Amministrazione Provinciale, un
Busto di Stanislao De Nava,
un disegno; 1926 - col marmo Cristo
e un olio,
Rose e spine;
1931 - con Serafina,
tre disegni, Letizia,
Arianna,
Beethoven,
quattro olii, La vallata dei mulini ad Amalfi,
Paesaggio,
Lia,
Ritratto di suor Maria Stella Morani
). Jerace fu un lavoratore instancabile ( spesse volte sollecitò ed ottenne
la collaborazione del fratello minore Vincenzo, come anche di Giuseppe
Gibellini e di Fortunato Longo ), per cui moltissime sono le opere da lui
realizzate. Tra i monumenti celebrativi: le statue di
Vittorio Emanuele II,
1888, da alcuni studiosi molto contestata, per la nicchia di una
facciata del Palazzo
Reale di Napoli; il Miracolo delle reliquie
e il
Martirio di San Gennaro,
1904, sulla facciata del Duomo di Napoli, risistemata dall’architetto -
urbanista E. Alvino; i diciotto personaggi del frontone dell’Università di
Napoli, 1910, raffigurante Federico II e la sua
corte;
L’Azione,
1910, ( allegoria dei valori civici del popolo italiano ), gruppo in bronzo
collocato, il primo in basso a destra, nell’ambito dell’Altare della Patria
( pensato nel 1878 per celebrare il re Vittorio Emanuele, il risorgimento e
l’unità d’Italia e inaugurato nel 1911 ), a Roma; il Monumento ad
Armando Lucifero
e il Monumento a
Raffaele Lucente
in piazza Pitagora a
Crotone. Tra le opere a carattere sacro bisogna citare
La Conversione di Sant’Agostino
e
Sant’Anna e la Vergine
nella Chiesa di Santa Maria a Varsavia;
L’altare del Sacramento
nella Chiesa matrice di Polistena; il gruppo marmoreo con
I Santi Alferio, Adiutore, Filippo Neri,
Francesco di Paola,
1924,
intorno ad un olmo in bronzo, con due angeli in marmo in
adorazione per il Santuario di Santa Maria dell’Olmo a Cava dei Tirreni;
San Francesco d’Assisi,
1927, scultura a tutto tondo e a figura intera, per Reggio Calabria, nello
spazio antistante la Chiesa omonima; un
Ostensorio in oro per
il Congresso Eucaristico Regionale Calabrese di Reggio ( nel cui Duomo è
sistemato un monumentale Pergamo,
sorretto da una colonna di marmo cipollino ) ed un altro in argento,
1931,’32 per Gioiosa Ionica, nella Chiesa dell’Addolorata; la
Madonna del Rosario,
1930, per la Chiesa omonima di Cittanova; San
Paolo e
Santo Stefano di
Nicea,
1933, per la Cattedrale di Reggio Calabria, alla sommità della scalinata di
accesso. Fu molto attivo anche nell’arte funeraria, come testimoniano
L’Angelo,
in bronzo ( esposto a Londra nel 1884 ) della Tomba dei Campagna a
Schiavonea di Corigliano Calabro; ancora un
Angelo, 1900,
della Cappella Greco
di Cosenza; la Cappella French, 1900,
nel Cimitero di Dublino;
Il ritratto dei genitori
nella Tomba di famiglia a Polistena; la Cappella Pesmazoglu, 1910/’14,
nel Cimitero di
Atene, con l’altorilievo Il mito di Demetra
sul fronte e due
Angeli
ai lati; il sepolcro del Sen. Cocchia , con la
Mater Dolorosa,
1920, nel Cimitero di Napoli. Realizzò inoltre numerosi ritratti di
personaggi pubblici o famosi: Beethoven,
1895, per il Conservatorio San Pietro a Maiella, Napoli ed esposto alla 1a
Mostra Internazionale di Venezia dello stesso anno;
Gaetano Donizetti,
1897, in piazza Cavour a Bergamo; Giovanni
Nicotera, 1902, e
Nicola Amore,
1904, in piazza della Vittoria, a Napoli; Mons.
Sarnelli, a
Castellammare; Pietro Rosano,
1907, nella villa comunale di Aversa; Virginia
Mirelli, 1913, e la
Marchesa Maddalena Rossi,
1915, nel Museo San Martino di Napoli; Andrea
Cefaly e
Francesco Fiorentino
nella villa comunale di
Catanzaro ( ove sono collocati altri quattro busti marmorei );
Gioacchino Toma,
1922, nella villa comunale di Napoli; Domenico
Cimarosa, 1929, ad
Aversa; Umberto di Savoia Principe di Piemonte,
1934, nel Palazzo Reale di Napoli. Nel “salone rosso” del Palazzo della
Provincia di Reggio Calabria due Teste di
donna, una
raffigurante una dormiente e una raffigurante, forse, l’Italia; opere nel
Museo di Polistena. Sparsi in alcune piazze italiane suoi
Monumenti ai caduti,
realizzati spesso con una figura di Vittoria
variamente
interpretata: Stefanaconi, 1924; nel borgo di Marina Grande di Sorrento,
1926; Reggio Calabria, 1930, col Fante
e il
Guerriero
bruzi; Polistena, 1935, La
Bellona, una Vittoria
alata bronzea che
svetta sopra una roccia di pietra del Carso. In quest’ultima cittadina, in
una Chiesa, è situato un altare in marmo del SS
Sacramento, con il
sovrastante dipinto a olio raffigurante
L’Ultima cena; mentre
sulla facciata esterna della casa natale di Francesco Morani è sistemato un
medaglione marmoreo con l’effigie del suo maestro. Nella piana di Gerace il
Monumento ai 5 martiri,
1928.** Una splendida Testa di Cristo,
altorilievo in marmo bianco, si trova nella Presidenza della Camera di
Commercio di Cosenza, catalogata un tempo come opera di anonimo e riportata
dal sottoscritto alla originaria paternità (articolo di Tonino Sicoli su “La
Provincia Cosentina” del 18 ottobre 1999). Nel ’98 in un’asta londinese è
stata venduto un suo marmo.
> INDICE
JERACE
GAETANO
Polistena ( RC ), 1860 – Napoli, 1940
Fratello di Francesco
e di Vincenzo, compì gli studi all’Istituto di Belle Arti di Napoli, allievo
di Francesco Loiacono e rimanendo anche influenzato da alcuni maestri del
tempo, Pratella Caprile Rossano. Partecipò a varie Promotrici napoletane (
1883 - con l'opera A Capri;
1891 - con Un mattino;
1897 - con Ricordo di Napoli;
1916 - con Marina di Vico;
1917 - con Dolce ombra
); all’Esposizione di BBAA
di Roma ( 1883 - con L’isola di Capri
e altre cinque opere; 1902
); alla Mostra di Brera a Milano ( 1886 - con
Un vico di Napoli );
alla Mostra Nazionale di Bologna ( 1888 - con le opere
Portici
e Sorrento
); all’Esposizione Universale di Anversa ( 1894 - con
Marina di Capri
). Fu presente all’Esposizione organizzata in occasione del
cinquantesimo anniversario della Società di BBAA di Napoli del 1911 con tre
Paesaggi.
Su invito del Frangipane prese parte alla 1a Mostra d’Arte Calabrese di
Catanzaro del 1912 con l’opera Panorama di
Polistena dopo il terremoto;
e alle Biennali d’arte calabresi di Reggio Calabria ( 1920 - con tre olii,
Paesaggio di Polistena,
Il castello di Baia,
La casa di Rosa;
1922 - con quattro opere, Marina del litorale
di Cuma,
Il castello di Baia,
Marina di Castellammare,
Lago d’Averno;
1924- con Capo Miseno;
1926- con Paesaggio
e
Marina di Procida;
1931- con quattro opere, Castello di Baia,
Marina di Baia,
Partenza per la pesca,
Marina di Posillipo;
1951, dopo la sua scomparsa, - con otto olii,
Capri,
Golfo di Napoli,
Veduta di Napoli,
Ulivi a Polistena,
e tre Paesaggi
). Fu presente alla mostra romana Pro cultura
fascista del 1930 con
un Marina di Baia
e a più mostre internazionali. Sue opere in collezioni pubbliche ( Roma,
Palazzo di Montecitorio, Capri
) e private (
Il castello di Baia,
Cosenza, coll. privata ). Fu buon pittore di paesaggi e di marine, attento
agli effetti luministici della natura e trattò anche la figura umana;
occasionalmente fu anche scultore. Le sue opere furono particolarmente
acquistate da collezionisti stranieri. Negli ultimi tempi sono state battute
in aste nazionali cinque sue opere.
> INDICE
JERACE
VINCENZO L.
Polistena ( RC ), 1862 – Roma, 1947
Figlio di Fortunato e
di Maria Rosa Morani, artista a tutto campo, molto versatile, fu
un’originale figura di pittore, scultore ( uno dei maggiori a cavallo fra
Otto e Novecento), orafo, decoratore, architetto. In paese fu mandato a
bottega da un falegname; ma, trasferitosi a Napoli, frequentò inizialmente
lo studio del fratello Francesco, in via Amedeo, e poi l’Istituto di Belle
Arti allievo di Palizzi e Morelli e quindi di Saverio Altamura. Completò
poi la sua formazione con soggiorni a Londra, in Belgio, in Olanda. Esordì
all’Esposizione Nazionale di Torino del 1880 ( non aveva che diciassette
anni compiuti ) con Testa di somaro,
bronzo a grandezza naturale, Asinello e
coniglio ( un
esemplare a Polistena, Biblioteca comunale ) e
Maialino ( riproposto
a Monaco di Baviera nell’83 ); mentre l’anno successivo fu presente con
quattro bronzi, Noli me tangere,
Ariete,
Somarello,
di derivazione palizziana, e un Vaso
alla Mostra di Milano, che
lo vide presente anche nel 1892, con Giovane
contadino con maialino
( che un critico ritenne essere “degno di un Cellini”) e nel 1906, con tre
disegni a sanguigna. Nel 1882 ebbe la Medaglia d’argento all’Esposizione
Nazionale di Palermo; nello stesso anno modellò un gesso, ora disperso, in
omaggio a Garibaldi, Il Leone d’Aspromonte,
opera che, esposta all’Esposizione di BBAA di Roma dell’anno successivo,
ottenne consensi e critiche in egual misura. Il monumento si sarebbe dovuto
collocare sul monte Sant’Elia di Palmi, da
poter essere veduto dal mar Tirreno,
secondo la volontà dell’autore; ma gli fu negata la commissione in granito.
Partecipò a varie Promotrici napoletane ( 1883 - con opere in bronzo e in
gesso; 1888 - con un bronzo, Neme,
e uno Studio
a sanguigna; 1890 - con un
bronzo e un camino; 1896 - con sei opere, tra cui le sanguigne
Studio di donna calabrese,
e Lilis,
un grande cartone, acquistato dal re Umberto I,
Tigre,
bronzo,
Fauna
e Maialina,
bronzi argentati; 1897 - col bronzo La Vomerese
e una
Radiolaria,
vaso in marmo ); all’Esposizione Nazionale di Venezia ( 1884 - non ancora
Biennale Internazionale che vide la luce l’anno successivo, col camino
Decus pelagi *
,” Il decoro del mare “,
esposto due anni dopo alla Mostra di Brera a Milano ( assieme a un
Tacchino
e a un Maialino
) alla Mostra di Londra e
nel ’90 alla Promotrice napoletana, prima di essere acquistato dal Principe
di Sirignano ( sullo scalone del cui palazzo napoletano sono sistemati gli
altorilievi in marmo Flora,
Fauna,
1889 ) e quindi, messo all’asta, dall’inglese Beauchman, oggi in collezione
privata a Norfolk, G.B.; 1887 - con una delle sue opere più celebri,
Ex cubitor,
figura simbolica donna-angelo-serpente, e ripresentata a Londra nel 1888 );
a quattro edizioni della Biennale di Venezia ( 1895 - con due sculture e
quattro disegni; 1897 - con due sculture; 1910 - con due sculture,
Tigre in agguato,
collezione Regina Margherita e Tacchino;
1928 - con una scultura ); e alle Mostre di Bruxelles, 1897, con l’opera
Tigre in agguato;
Barcellona, 1887, con La Maialina,
premiata con medaglia d’oro, Museo d’ Anversa, 1888, 1896, con vari
Studi
a sanguigna e alcuni Vasi
in bronzo e in marmo, per uno dei quali ebbe una menzione ufficiale, 1910;
Torino, Esposizione di Arte Sacra, 1888, in cui gli venne conferita la
Medaglia d’oro; Anversa, 1894, mostra nella quale Jerace rappresentò
l’Italia assieme allo scultore chietino Costantino Barbella e al pittore
Giulio Aristide Sartorio e dove espose quattordici opere, tra cui alcune
sanguigne, Aurora,
Beatrix
e
Lea,
acquistata dal Re per il Palazzo Reale di Napoli, e la famosa
Radiolaria,
vaso in marmo, acquistato dal locale Museo di Arte Moderna; Vienna, 1896;
Roma, Esposizione “In arte Libertas”, 1902, con ben diciassette opere;
Torino, 1908, con due Ritratti
a sanguigna e una
Mensola;
Roma, 1911, con Dente per dente;
Milano, 1916, con Lonza dantesca,
Tigre in agguato
e
Aurora;
e, su invito del Frangipane, alla 1a Mostra d’Arte Calabrese, Catanzaro,
1912, con due sanguigne
ed uno
studio
di tipo muliebre calabrese; e alle Biennali Calabresi di
Reggio Calabria ( nel ’20 espose La vigilanza,
Un calice,
L’olocausto
). Nel 1928 fu presente alla
Mostra Silana delle Arti popolari, San Giovanni in Fiore, con la sanguigna
Osculater me,
acquistata l’anno successivo per lire 1300 dalla Provincia di Reggio
Calabria. Eseguì una decorazione
nel palazzo napoletano del Duca di Guardia Lombarda, tratta dagli “Amori
degli Angioli “ di Thomas Moore; tavoli in
bronzo e
altre decorazioni
in stile liberty per Villa Imparato, a Castellammare di Stabia e per Villa
Pierce, a Napoli ( poi appartenuta ad Achille Lauro ); per la chiesa della
SS Annunziata di Sabaudia una statua di
Cristina di Savoia.
Collaborò col fratello Francesco per alcune committenze (
Monumento a Francesco Fiorentino,
a Catanzaro; Monumento funebre al Barone
Francesco Compagna, a
Corigliano Calabro ). Si interessò altresì di architettura, realizzando
numerosi progetti ( studio londinese del pittore sir Fr. Leighton, 1920,
decorazioni
ed arredamenti
compresi ). Fu autore di vari Monumenti ai
caduti ( Lamezia
Terme – Nicastro, Rossano, Bevagna, Vibo Valentia, Sant’Andrea di Conza,
1924, ove il monumento è sormontato dalla statua della
Giovane Italia
) e di opere d’arte sacra ( una
Statua del
Redentore, sul colle
dell’Ortobene, 1901, a Nuoro; e un altro al Santuario di Polsi, 1907, in
Aspromonte; un busto-ritratto di Pio X
nella sagrestia del Duomo di
Gerace; un Candelabro Pasquale
nel tesoro del Duomo di
Pompei; gli Evangelisti,
altorilievi in stucco alla base della cupola della Chiesa del SS Rosario di
Polistena; un Volto di Gesù
nel Duomo di Reggio Calabria
). Fu più volte premiato e le sue opere si trovano in vari musei (
Pinacoteca di Dresda, Faunetta che allatta;
Galleria d’Arte Moderna di Roma, La figlia
Luisa, 1928;
Provincia di Catanzaro, Maternità,
altorilievo in gesso; Uffizi di Firenze,
Autoritratto,
carboncino, 1890 ) e in grandi collezioni private ( Regina Margherita,
Aurora italica
e Re Vittorio Emanuele III ). Molto interessanti sono le sue
Radiolarie
( disegni ispirati ai crostacei e alle piante esotiche e anche, con lo
stesso nome, vasi in ceramica, marmo, argento, dalle forme bizzarre ), come
anche le sue opere a sanguigna (Rubi,
La Pace,
Aurora italica,
Ritratto della moglie,1888),
tecnica che elevò a sua predominante. Molto pregiati i soggetti simbolisti
con personaggi femminili. Alla 2a Mostra d’arte di Polistena del 1955, nella
sala retrospettiva, furono presentate opere di pittura,
Testa di donna,
Castello di San Giorgio,
Paesaggio,
Pino di Cittanova
e di scultura, Busto di filosofo.
Oltre cinquecento opere sono sparse in Italia (a Polistena, nel Museo; ad
Anoia, nella nuova Chiesa parrocchiale due sculture,
Innocenza
e Penitenza;
nella Biblioteca comunale di Reggio Calabria Il
sogno, 1888,
sanguigna su cartoncino e Ritratto di Fanny
Salazar, 1897,
sanguigna su tela
) e in tutto il mondo:
Canada, Cuba, Parigi, Inghilterra, Los Angeles, nel cui parco monumentale è
collocato il monumento in marmo Sinite parvulos
venire ad me. Secondo
il Bargellini Vincenzo Jerace fu in qualche maniera il corrispondente in
scultura del Palizzi pittore. Fu socio onorario dell’Istituto di BBAA di
Napoli e socio corrispondente della Secessione
di Monaco di Baviera.
Per un certo periodo assunse anche la direzione dell’Istituto Magistrale
“Suor Orsola Benincasa” di Napoli, portandovi una ventata di freschezza
facendo disegnare dal vero le oltre quattrocento allieve. Pubblicò un volume
di critica, La donna nelle opere di
Michelangelo,
Giannini editore, Napoli. Negli anni ’97 e ’99 sono state battute in aste
nazionali due sculture dell’autore.
> INDICE
RENDA GIUSEPPE
Polistena ( RC ), 1862 ( 1859 ? ) – 1939
Scultore, studiò
all’Accademia di Belle Arti di Napoli, allievo di Gioacchino Toma ,
Stanislao Lista e Tommaso Solari, assumendo nel tempo un atteggiamento
intollerante verso l’accademia e avvicinandosi ai cosiddetti
Cospiratori del Vomero,
i pittori Casciaro Biondi Pratella. Fu uno degli esponenti più illustri
dell’art
nouveau,
autore di importanti monumenti civili e funerari e di bronzetti erotici,
Dopo,
Estasi,
di gusto liberty,
che sprigionano la joie de vivre
di una letteraria belle époque.
La sua ispirazione gli derivò dalla letteratura verista prima e da una
compiaciuta esaltazione della bellezza muliebre. Si fece conoscere alla
Promotrice napoletana del 1884, svolgendo in seguito intensa attività e
partecipando a numerose esposizioni nazionali ( Palermo, 1891, con
Angelo caduto
e Così mi ami;
Milano, 1894 e 1906, con La Fortuna;
Firenze, 1896, con Prima ebbrezza;
Torino, 1898, con Voluttà
e
Ondina; Verona, 1900
) e internazionali ( Barcellona, 1894, 1898, 1907; Monaco di Baviera, 1896,
con un’opera già esposta, Prima ebbrezza,
per cui ebbe la medaglia d’oro, 1899, con Clara,
1901; Pietroburgo, 1898, con Estasi
e 1902; Strasburgo, 1898; Parigi, 1900, con
Monelli Napoletani,
opera premiata; Vienna, 1901; Bruxelles, 1903; St Louis, 1904, con
Dopo,
che gli fece avere la medaglia d’oro; Buenos Aires, 1910; San Francisco,
1915). Tra i monumenti realizzati è notevole quello dedicato al
Generale Enrico Cosenz,
modellato nel 1910 e sistemato nei giardini della Riviera di Chiaia a
Napoli. Nella stessa città un Busto di Tommaso
Campanella nell’atrio
dell’Università, e uno di Leopardi
nel Liceo Genovesi. Un Monumento ai Caduti
a Castellammare di
Stabia e un altro a Pazzano. Nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna di
Milano il bronzetto Violetta,
1908; nel Museo d’Arte Moderna di Roma Ondina;
nella Pinacoteca di Ascoli Piceno il bronzo
Estasi. Molto
interessanti e conosciute le sue Tanagrine
*; piacevoli anche i
suoi Presepi,
in argilla. Fu membro della Società Reale di Bruxelles e Professore onorario
dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, 1912, città in cui godette di vasta
popolarità, se persino lo scultore Achille d’Orsi, uno dei massimi esponenti
del Verismo, ricorreva a lui per risolvere alcuni problemi di tecnica.
Indicativi i titoli delle sue opere: Colpo di
vento,
Il sogno,
Non mi toccare, Gioia di vivere,
Fortuna,
La danza,
Bambina con cerchi.
Pur tuttavia Renda non fu immune da una produzione macchiettistica , di tipo
post - gemitiano, con abbondanza di scugnizzi e
ciucci, ma tutto
questo non fu un fatto attribuibile esclusivamente all’artista quanto dovuto
al contingente e al clima retrivo e piccolo borghese della società
meridionale del tempo. Fu presente alla Mostra Calabrese d’Arte Moderna del
1920 a Reggio Calabria, esposizione alla quale prese parte anche la figlia
TERRA. Nel 1936 alla 3a Mostra Sindacale d’Arte della Calabria a Reggio S.M.
il Re acquistò l’opera Donne di Tiriolo.
Alla 2a Mostra d’arte di Polistena del 1955, nella sala retrospettiva, fu
presentato il bronzo Dopo,
già esposto a Saint Louis. Una sua opera, La
Fortuna, alta 7
metri, fusa in bronzo dall’originale in gesso, è stata sistemata nell’atrio
della sede della Banca Antoniana Veneta di Polistena. Tra il 1990 e il 2000
sono passate in asta ben 12 sculture dell’autore.
> INDICE
SALFI ENRICO
Cosenza, 1857 – 1935
Nel 1876 a Napoli,
anno che aveva visto spegnersi il capofila della Scuola di Posillipo,
Giacinto Gigante, e che adesso viveva la rivalità pittorica tra gli studi
veristici di Filippo Palizzi e la fantastica immaginazione di Domenico
Morelli, giunse il Cosentino Enrico Salfi per frequentare il locale Istituto
di Belle Arti ( ’76 / ’79 ). Era nato, Enrico Salfi, un artista che, per il
posto che occupa nella storia dell’arte calabrese, non merita certo di
rimanere ancora nell’ombra, il 26 novembre 1857, a Cosenza, città in cui
compì gli studi ginnasiali. Venendo nella capitale borbonica, palestra degli
ingegni meridionali e centro internazionale per la cultura artistica, per la
prosecuzione degli studi, il giovane ebbe come maestri il Calabrese Angelo
Mazzia e Giuseppe Bellisario per il disegno, Vincenzo Marinelli e Federico
Maldarelli per lo studio dei frammenti, Raffaele Postiglione per la
statuaria e il celebre Domenico Morelli per la pittura. Del Morelli ben
presto divenne l’allievo preferito, avendo il Maestro rinvenuto in lui doti
non comuni di fantasia e di talento pittorico. A Napoli rimase fino all’età
di 36/37 anni, contraendo numerose amicizie nell’ambiente artistico e
letterario e conoscendo e frequentando i maggiori pittori del tempo, Filippo
Palizzi, Michele Cammarano, Gioacchino Toma, Vincenzo Volpe, Giuseppe
Casciaro, Attilio Pratella , con la gran parte dei quali espose in numerose
manifestazioni. Intorno agli anni ‘93/’94 fece ritorno a Cosenza, restaurò
la propria villa in stile pompeiano ove aprì studio e partecipò assiduamente
alla vita pubblica, ricoprendo importanti cariche ufficiali ( ispettore dei
Monumenti e Scavi; membro della commissione dei Monumenti d’ arte e
d’antichità; curatore e riordinatore del Museo civico ). Enrico Salfi fu
buon seguace di Domenico Morelli, da cui rimase profondamente influenzato.
Dopo un periodo di imitazione del Maestro ( di questa fase l’opera
Figura di profeta
), come accade a tutti i
grandi artisti ( e bisogna sottolineare che Salfi fu artista valoroso e
completo per la qualità e il valore delle opere prodotte, per il rilievo
nazionale e internazionale di cui godette ai suoi tempi ), se ne distaccò
mostrando un’impronta personale e geniale. Fu il pittore delle scene
pompeiane, così come il Cammarano fu il pittore delle battaglie; ma trattò
anche il soggetto religioso ( dipinse parecchie Madonne, nel raffigurare le
quali “ha seguito con sano criterio” il grande Maestro Domenico Morelli ) e
biblico e, talvolta, il paesaggio. Si affermò moltissimo come eccellente
ritrattista, sopratutto nel periodo
“cosentino”, e per la
perfezione tecnica e per la notevole somiglianza del dipinto al personaggio.
Basti pensare ai Ritratti di Luigi Mascaro,
Mariano Campagna,
Francesco Marini Serra,
Luigi Trocini,
Donato Campagna,
e di tanti altri personaggi della borghesia cosentina del tempo. Bisogna
anche ricordare che Salfi fu l’autore del “plafond” del Teatro Comunale
Rendano di Cosenza ( al tempo detto Teatro Massimo ) sull
Allegoria delle arti,
opera successivamente distrutta dai bombardamenti ( il bozzetto è
conservato in casa Salfi ) e del grande quadro
I figli di Bruto, un
tempo nella sala dell’ex Consiglio del Municipio di Cosenza: la tela, che
gli venne commissionata dall’allora sindaco della città, cav. Giuseppe
Campagna, portava la data 1899 e fu lodata dal celebre compositore Camillo
Boito durante una visita a Cosenza. Dipinse anche opere sacre, per alcune
chiese calabresi ( Cerisano, Chiesa di San Domenico, la
Madonna del Rosario tra San Domenico e Santa Caterina;
Chiesa del Carmine, San Pietro,
1884, commissionata da Pietro Greco; San Paolo,
1884, commissionata dal priore Paolo Greco;
Parenti, nella cappella di San Pasquale della Chiesa parrocchiale, un’opera;
Marzi, Parrocchiale di Santa Barbara, San Paolo,
San Pietro,
Santa Barbara
). Oltre che pittore Enrico Salfi fu anche compositore ( si conosce una
serenata, Dal Mare,
di cui scrisse parole e musica ) e poeta e pubblicò un volume di versi dal
titolo Lyrica Pompeiana,
Cosenza 1888, Tipografia Municipale di F. Principe, opera che riscosse il
plauso di molti letterati, tra cui Enrico Panzacchi, sul suo periodico
Lettere ed Arti,
e Mario Rapisardi, lettera del 2.3.’87. Fu un abile restauratore e un
profondo conoscitore degli scavi di Pompei ( di cui restaurò la casa detta
di Cave canem
); compilò inoltre una Piccola guida di
Pompei,
Effesette, Cosenza, 1990 , il cui manoscritto originale è illustrato da 27
eccellenti disegni a punta di penna. Del periodo napoletano sono i due
Plastici del poeta tragico,
Pompei, Casa del Poeta tragico, uno dei quali fu in mostra a Parigi, Petit
Palais, nel 1977. Partecipò a numerose esposizioni in Italia e all’estero:
Promotrice Napoletana, 1880, con Alla fontana;
1881, con Al passeggio;
1882 con Lydia,
opere disperse; 1884, con Licet ?,
Napoli, Amministrazione Provinciale; 1885, Le
Maghe ( o
Le Streghe
); 1890, con In attesa della sposa
e altri soggetti di
ispirazione classica; Mostra di Bruxelles, 1881, con la riproposta di
Lydia
; Esposizione di Roma, 1883, ancora con Licet
?,
e Venditore di anfore a Pompei,
Milano, Galleria d’Arte Moderna; 1886, nuovamente con
La Maghe;
1887, con Parassiti postulanti,
La lettiga,
Nozze pompeiane
( o
Alle nozze
); 1911, con Il Giuda;
Mostra di Torino, 1884, ancora con Le
Maghe;
1898, con La Sacra Famiglia
e
Sul Golgota;
Mostra di Venezia, 1887; Mostra di Genova, 1904, con
Satana vinto;
Biennali d’Arte Calabresi di Reggio Calabria: 1920; 1922, con
In attesa della sposa,
acquistato dalla Real Casa; 1924; 1926, col
Cantico dei cantici,
Reggio Calabria, Biblioteca comunale; 1931, con
L’ebreo errante,
Cosenza, collezione privata. Morì il 14 gennaio 1935.
> INDICE
SANTORO FRANCESCO RAFFAELE
Cosenza, 1844 – Roma, 1927
Figlio e allievo di
Giovanni Battista, pittore al tempo assai noto, studiò a Napoli,
trasferendosi nel 1863 in Inghilterra, dove sposò una ricca scozzese. Nel
1865 fu certamente in Calabria, a Cosenza e nei paesi viciniori; e traccia
di questa permanenza sono alcuni Ritratti
( uno dei quali
datato ) a Villa Filosa dell’ing. Pietro Mari in Aprigliano. Rimasto vedovo,
risposò un’ inglese da cui ebbe tre figlie. Si trasferì pertanto a
Edimburgo, ma nel 1885 fece ritorno in Italia, vivendo a Roma in inverno,
con studio in via San Basilio 13, poi in via Sistina 123 e infine in via di
Porta Pinciana 14, a Spoleto in estate. Fu presente a numerose esposizioni:
Promotrici Napoletane del 1863, con La lettura;
1869, con Tutti l’ultimo sospiro mandano i
petti alla fuggente luce,
da un’opera del Foscolo; 1879, con Fontana di
Piano Scarano - Viterbo,
Ponte rotto - Roma;
1881, con Checca – Costume della campagna
romana e due
Ricordi di Rocca di Papa;
Mostra Nazionale di Napoli del 1877, con Il
lutto in Fuscaldo;
Torino, dal 1875 al
1893 ( nel 1880, con Il medico dell’anima,
Assorte ad altri affetti
e
Momento d’ozio
); Genova, dal 1876 al 1895; Milano, 1881, con tre opere di genere,
Dopo il lavoro,
Ricordo di Amalfi,
Prima tappa;
Venezia, 1887, con Dolce far niente |