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Dizionario degli Artisti Calabresi
nati nell'Ottocento




 

BENASSAI GIUSEPPE
Reggio Calabria, 1835 - Firenze, 1878
Figlio di Pietro e di Caterina Rognette, fin da giovane fu un abile disegnatore. Compì  i suoi primi studi a Reggio Calabria con Ignazio Lavagna Fieschi, dopo aver avuto esperienze lavorative come orefice. Di questo periodo sono le opere Panorama visto da Cava dei Tirreni  e  Paesaggio roccioso. Nel 1856 si trasferì a Napoli, dove fu allievo di Salvatore Fergola  per un anno soltanto (si conoscono  Grotta Azzurra di Capri  e  Il Vesuvio visto da Posillipo ), essendo stato costretto a far ritorno a Reggio  per sottrarsi alle persecuzioni della polizia borbonica. Verso la fine del 1857 si recò a Roma ( ‘57/’62 ), dove conobbe il pittore spagnolo Mariano Fortuny e dove dipinse molti quadri della campagna romana, sulla scia del Vertunni, con i quali partecipò  a varie esposizioni ( Stagno con i bufali, esposto alla Mostra Borbonica di Napoli del 1859, acquistato per il Palazzo Reale di Caserta e di cui purtroppo si sono perse le tracce, come anche dispersa è l’opera Prepotenza e virtù, 1862 ). Nel ’63 si trasferì a Firenze, città in cui venne a contatto con i Macchiaioli, particolarmente con Cecioni, e con l’ambiente culturale introdottovi da Pasquale Villari ( storico e meridionalista ). Alla Mostra di Firenze del ’68 vinse il primo premio col dipinto La quiete, esposto successivamente, assieme a due altre opere, Aspromonte  e Tramonto, alla  1a  Mostra d’Arte Calabrese di Catanzaro del 1912  ( ed  ora, le prime due, nel Museo Nazionale di Reggio Calabria ). Nel 1869 fu inviato dal Governo Italiano all’inaugurazione del Canale di Suez, viaggio che, ripetuto, 1871, gli consentì la realizzazione di diversi dipinti di soggetto orientale ( Veduta delle Piramidi, Veduta del canale di Suez, Tende di beduini, Carovana nel deserto, Un riposo nella campagna di Siout nell’Alto Egitto, anni 1869 – ’74 ), di cui sette, tra i quali Il leone del deserto, Il Nilo presso il Cairo da Boulack, La fantasia dei Beduini in Ismaila, furono esposti nel 1870 all’ Accademia di Firenze; e, assieme ad altri, alla Mostra Nazionale di Parma dello stesso anno. Negli anni 1870 - 78 lavorò, inizialmente come decoratore di maioliche, e nel ‘71 assumendo la direzione offertagli dal Marchese Lorenzo II, della  Fabbrica di ceramiche artistiche Ginori, di Doccia * ( ceduta nel 1896 al milanese Giulio Richard, da cui il nome  Richard Ginori e che ebbe dal 1923 al 1938 il celebre Giò Ponti come designer ), determinando un indirizzo nuovo come l’introduzione di scene di paesaggio, influenzate dal  Naturalismo. La produzione ceramica dell’autore ( a Vienna nel 1873 espose quattro formelle con le quattro parti del mondo, ricevendo un premio ) comprende numerosi  capolavori, tra i quali Il Colosso, che raffigura l’incendio delle Pampas ( vaso alto cm 175 e con diametro di cm 140, Sesto Fiorentino - Museo delle Porcellane ) e Cavalli bradi ( piatto con diametro di cm 70 ). Si interessò molto di arti applicate, scrivendo anche un saggio, dedicato al Villari,  Le arti, lo Stato e le industrie nazionali, pubblicato a Firenze nel 1868; e creando a Sesto Fiorentino nel 1873 una Scuola di disegno industriale per le maioliche. Prese parte a diverse Promotrici Napoletane ( 1863 - con  Paesaggio, vicinanze di Aspromonte; 1864 – con Campagna romana  con ruderi e bovini e Ritorno da una gita di piacere; 1866 – con Dintorni di Pisa e La pineta del Gombo; 1869; 1870; 1871 - con Tombolo presso Livorno; 1874 – con La pastura sull’appennino toscano e La piazza del mercato dei cammelli al Cairo ); alle Mostre di Brera a Milano ( 1863; 1865; 1866; 1868; 1869; 1870 ); all’Esposizione di Torino ( 1863 – con Paludi di Ostia; 1864 - con Somarelli tra i fiori e Somarelli tra le spine; 1880 ) e ancora a Torino, alle Mostre della Società promotrice ( 1865 – con Paesaggio; 1866 – con Dintorni di Pisa e Un cane da caccia disperso; 1869 – con La casetta dei forestali in Aspromonte e Veduta della Rocca e spiaggia di Scilla; 1879 – con Il canale di Suez, Il gran deserto con carovanaAttendamento di Arabi presso le Piramidi, Campagna con buoi ); alle Mostre di Firenze del 1866 e ’67; all’Esposizione Universale di Parigi del 1867 - con Le paludi di Ostia  e  La primavera; all’Esposizione artistico – industriale di Milano, con alcune maioliche, tra cui La Fornarina e I quattro poeti dell’Olimpo. Sue opere furono esposte alla 1a Mostra Calabrese d’Arte Moderna di Reggio Calabria del 1920. Nella Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti a Firenze la sua opera  Pastore con gregge e in quella di Roma Cammelli a San Rossore. Nel Palazzo della Provincia di Reggio Calabria, Ufficio del Presidente, la grande tela La raccolta del grano, o anche del fieno, esposta a Milano. Fu anche scrittore, e ottenne una collaborazione a “La Nazione” di Firenze ( articolo sulla pittura sacra di D. Morelli del 14.4.’76 e altri scritti ). Nel 1877  fu nominato Professore onorario all’Istituto di Belle Arti di Napoli. Fu anche un ottimo litografo ( Daino solitario, 1871 ) e altrettanto valido incisore. Il 29 maggio del ’78, su consiglio dei medici, Benassai rientrò nella città natale, sperando in un miglioramento della malattia che lo tormentava da anni. Ma, contrariamente a quanto riportato in tutti i testi che citano la “voce”, ritornò a Firenze, dove morì il 5 dicembre delle stesso anno, secondo i dati rinvenuti  nell’anagrafe storica del capoluogo toscano.

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BOCCIONI UMBERTO
Reggio Calabria, 1882  – Verona, 1916
Pittore scultore critico. Nacque a Reggio Calabria da genitori romagnoli: il padre era impiegato di prefettura, e pertanto costretto a vari spostamenti per via dell’ufficio. A Reggio frequentò le prime classi delle  elementari, continuando poi le scuole a Forlì, Genova, Padova, Catania, dove conseguì il diploma nell’Istituto Tecnico. Durante il corso di studi Boccioni manifestò forti interessi per il disegno e la letteratura. Conseguito il diploma, nel 1899 si trasferì a Roma,  probabilmente per iscriversi alla Scuola libera del nudo; certamente frequentò la Scuola serale delle Arti ornamentali di via san Giacomo e, assieme a Sironi e a Cambellotti, lo studio di Balla, a cui dovette “ il mutare della sua pittura dalla mano irresoluta di giovane principiante a quelle di chi controlla e ha una sicura padronanza delle regole del disegno, del colore e sopratutto della prospettiva “ ( E.Coen ). Conobbe Severini al Pincio, durante una serata. Furono, questi, anni di studi approfonditi sul Divisionismo, la Pittura Francese, il Simbolismo, con interessi rivolti alla situazione culturale-  artistica - filosofica europea, in modo particolare a Sorel, Schopenhauer, Renan, Nietzsche; scrisse un romanzo, Pene dell’anima, 1900, e collaborò con alcuni periodici ( La Gazzetta della Sera ). Il suo primo disegno conosciuto è del 1901. Nel 1904 espose un Paesaggio alla Mostra degli Amatori e Cultori di Roma, mentre l’anno seguente la giuria su sei opere scelse soltanto un Autoritratto. Per cui, assieme a Bompard Ciacelli Calori Costantini Jerace e Rizzi fu organizzata la “Mostra dei Rifiutati” al foyer del Teatro Nazionale. Nel 1906, avendo vinto una borsa di studio, andò a Parigi ( permanenza condivisa con Mario Sironi ), dove soggiornò per cinque mesi, studiando Cézanne, Toulouse – Lautrec, Van Gogh. Quindi viaggiò in Russia ( assieme a Petrowna Berdnicoff, agosto 1906 ), a Varsavia, a Vienna. Gli spostamenti furono numerosissimi, come anche i contatti. Nel 1907 si iscrisse all’Accademia di BBAA di Venezia, frequentando solo pochi mesi, per poi trasferirsi a Milano, dove realizzò una serie di bozzetti per alcune riviste ( copertine per Ricordi; réclame per il Touring club; testata per la rivista “ Il lavoro italiano” , rifiutata!  Boccioni incontrò difficoltà tra gli editori; non so fare i visi belli, diceva ). Il due marzo 1908 conobbe Previati ( seconda fase del Boccioni  pre – futurista ); il cinque aprile vendette il quadro Meriggio ( Campagna romana ) al sig. Gabriele Chiattone per 80 lire. Nello stesso anno partecipò all’Esposizione Nazionale di BBAA di Milano, col pastello Interno. Di importanza fondamentale per Boccioni fu l’incontro con Marinetti, il quale intanto aveva pubblicato sul “Figaro” di Parigi del 20 febbraio 1909 il Manifesto del Futurismo. Come curiosità storica c’è da dire che questo manifesto avrebbe potuto vedere la luce in Sicilia, a Palermo, e se questo non avvenne fu colpa del terremoto di Messina del 1908 che non consentì la pubblicazione della rivista La Fronda, che ne aveva già stampato le bozze. Chissà se l’importanza del Futurismo sarebbe stata la stessa!  Il 1910 vide la luce il Manifesto dei Pittori Futuristi, alla stesura del quale partecipò anche Boccioni. “ Incontro con Marinetti e decisione di lanciare un manifesto ai giovani artisti per invitarli a scuotersi dal letargo. Il mattino seguente Boccioni, Russolo ed io ci riunimmo in un caffè di Porta Vittoria, vicino alle nostre case, e con molto entusiasmo abbozzammo uno schema del nostro appello. La stesura definitiva fu piuttosto laboriosa;  ci lavorammo tutto il giorno noi tre, e la sera insieme con Marinetti e con l’ausilio di Decio Cinti, segretario del gruppo, lo completammo in tutte le sue parti e, fattolo firmare anche a Bonzagni e Romani, passammo il testo alla tipografia. Diffuso in molte migliaia di copie il giorno dopo, quel grido di baldanzosa e aperta ribellione nel grigio cielo artistico  del nostro paese fece l’effetto di una violenta scarica elettrica. La reazione fu di tale asprezza da indurre Bonzagni e Romani a ritirare la loro adesione”. ( C.Carrà, Tutti gli scritti, opera citata ). I loro nomi saranno poi sostituiti da quelli di Balla e Severini. Il Manifesto, datato 11 febbraio, fu poi lanciato in una manifestazione pubblica al Politeama Chiarella di Torino l’8 marzo successivo. Il Futurismo, la caffeina d’Europa, è da considerarsi un’autentica rivoluzione culturale, la rivolta più importante che l’Europa abbia conosciuto contro “quelle idealità che si erano rivelate illusorie e che avevano lasciato gli artisti nell’abbandono materiale e morale e contro ogni superstite verismo ottocentesco; contro queste idealità si fece appello alla violenza fisica e verbale, al cinismo, al disprezzo, si parlò di guerra, sola igiene del mondo, si fece appello a un vero brutale, elementare, barbarico”( C. Maltese ). La città che sale, 1910, ’11 ( un bozzetto a Milano, Pinacoteca di Brera; un altro in collezione privata; mentre l’opera è a New York, Museun of Modern Art, con il “placet” di G.C.Argan, che  nel 1940 per la Galleria Nazionale di Roma preferì il Ritratto del Maestro Ferruccio Busoni ! ) fu il primo lavoro futurista in senso stretto; ma la sintesi dinamica teorizzata da Boccioni, come fusione e ricomposizione delle forme, è presente sopratutto nella scultura ( delle dodici che si conoscono soltanto cinque ne sono rimaste ), dove si realizza un diretto contatto dei volumi con l’ambiente: Fusione di una testa e di una finestra, 1911, Testa + casa+ luce, 1911, Sviluppo di una bottiglia nello spazio, 1912, esposta al “Salon d’Automne”; Dinamismo di un ciclista, 1913, Forme uniche della continuità nello spazio,1913, gesso originale al Museo d’Arte Contemporanea di San Paolo del Brasile ( e del quale sono state tratte sei fusioni ),  Dinamismo di un cavallo in corsa + case, 1914, coll. Peggy Guggenheim, Venezia.  Ancora nell’estate del ‘10 Marinetti presentò ben 33 opere, tra quadri, impressioni, pastelli ( tra cui Gisella ), disegni e incisioni di Boccioni a Venezia, Ca’ Pesaro.  Nel 1911  con Carrà e Russolo partecipò alla  prima Esposizione d’arte libera, al Padiglione Ricordi a Milano, esponendo La città che sale, Baruffa, Retata  e un’opera sfregiata da un visitatore, La risata. La mostra fu stroncata da Soffici su La Voce, ragione per la quale venne organizzata una spedizione punitiva a Firenze, dove furono affrontati i vociani al Caffè delle Giubbe Rosse.  Alla fine dell’anno andò a Parigi con Carrà  per preparare la Mostra Futurista, che si tenne nel febbraio successivo alla Galleria Bernheim – Jeune ( con le opere Gli addii, Quelli che vanno, Quelli che restano, La strada entra nella casa, La risata, La città che sale ), dove conobbe Archipenko, Brancusi e Duchamp e, per il tramite di Apollinaire, Picasso. Nello stesso anno fu presente alle inaugurazioni di Londra, Berlino, Bruxelles e pubblicò inoltre il Manifesto tecnico della Scultura Futurista. Nel 1913 ebbe una violenta polemica con Apollinaire su “Cubismo orfico e Futurismo”, ed  espose le sculture futuriste alla  Mostra di Roma e alla Galleria “ La Boétie” di Parigi. In ottobre pubblicò Programma politico futurista. Sempre nel ’13 una Mostra di Sculture di Boccioni inaugurò la Galleria Futurista permanente in via del Tritone, Roma, del calabrese Giuseppe Sprovieri. * Nel 1914 diede alle stampe Pittura e Scultura Futuriste, opera fondamentale, con la quale teorizzò il mito della macchina, della velocità, dell’industrialismo, ponendo il Movimento come contro – altare al Cubismo di Picasso e Braque. Con Marinetti, Russolo, Piatti, Carrà inscenò a Milano manifestazioni interventiste e venne arrestato. A Parigi Sibilla Aleramo lo presentò a D’Annunzio. Nel ’15 si arruolò nel battaglione dei volontari ciclisti. Nell’estate fu ospite di Ferruccio Busoni, a Pallanza.  Nel gennaio 1916 lanciò il Manifesto ai Pittori Meridionali, pubblicato sul periodico napoletano “Vela latina”, dopo aver parlato alla 1a Esposizione d’Arte di Napoli con Marinetti, Cangiullo e Jannelli. Tornato al fronte, presso Verona, perse la vita, a soli 34 anni,  all’alba del 17 agosto, in seguito ad una caduta da cavallo, una puledra da lui chiamata “Vermiglia”. Negli ultimi dieci anni sono state esitate in aste pubbliche nazionali e internazionali 13 pitture, 69 tra acquerelli e disegni e 28 opere a stampa.

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CANNATA ANTONIO
Polistena ( RC ), 1895  –  Roma, 1960
Pittore autodidatta, esordì nel 1920 a Napoli, dove si era trasferito e dove conobbe vasta popolarità, entrando subito nel clima della cultura artistica cittadina. Nel corso della sua carriera partecipò a tre Biennali di Venezia  ( 1930 - con Fondaco rustico, sede centrale del Banco di Napoli; 1934 - con due pastelli; 1936 - con una pittura ) ed ordinò molte personali in numerose città italiane: 1928, Roma - Associazione Calabrese, con cinquanta opere; 1932, Reggio Calabria - con trentuno opere, tra cui Marina di Ostia, Case rustiche calabresi, Pagliaia della Piana, Lago di Como, Cortile di Caivano; primi anni ’30, Napoli - Compagnia degli Illusi, con presentazione in catalogo di Salvatore Di Giacomo; 1933, Catanzaro - Salone del Municipio ( X  Mostra del pittore A. C. ), con trenta opere, tra cui Nuvole sull’Aspromonte, Aia calabrese, Montagne di Cittanova, Arco di Tito, Valle del Bufalo ( Sila ), Case rustiche di Polistena, Le Dolomiti, Monte S. Elia ( Palmi ), Montagne di Cittanova,  Anoia visto da Polistena, Via del Ponte Vecchio, Tramonto sul lago di Patria, con un catalogo contenente giudizi critici di Francesco Jerace, Vincenzo Gemito ( “Mi esprimo così sulle vostre opere: pastelli sensibili ed amorevoli per quanto in nostra epoca si produce” ); 1934, Cosenza - Nuova sede dell’Accademia cosentina ( XI  Mostra del pittore A. C., dedicata a Michele Bianchi ), con quarantaquattro opere, tra cui Tramonto nella Sila Piccola, Aspetti dell’ Ampollino, Il Vesuvio, Una via di Polistena, Il castello di San Giorgio Morgeto, Prato fiorito  Venezia, Marina di Pozzuali ( sic ), Napoli orto botanico, Frutta, Nella villa di Catanzaro, Laghetto, Vecchia vite, Pesci, Primavera.  Espose anche all’estero, Parigi, New York, Bruxelles, ottenendo sempre buon successo in virtù  dell’ alta qualità della sua pittura,  sempre legata ai motivi più semplici della vita romantica e grazie sopratutto al colore, elegante morbido dolce. Nel 1932 lo studio dell’artista, in via Foria a Napoli, fu visitato dal poeta Libero Bovio, che sull’arte di Cannata così scrisse: “ E’ un antico, questo pittore, che ha una sensibilità moderna. Egli sa che il nuovo è nel vero, e che tutto il resto è acrobazia e menzogna”. Alla domanda del pittore:” Che vi pare? Che nome dareste a questa mia pittura?”, il poeta di rimando: “ Un solo nome, un grande nome, Poesia “.  Fu pittore di paesaggi e ottimo pastellista ( pastelli e gessetti su tavola ). Fu presente alla 2a Mostra d’arte di Polistena del 1955 con due Paesaggi. Alcune sue opere nel Museo di Palmi e nel Municipio di Polistena. Il pastello Case del Calvario fu acquistato del Governo nazionale per la Galleria d’arte moderna di Roma. Numerosissime le opere in collezioni private, sopratutto in Calabria e a Roma. Negli ultimi dieci anni sono passate in aste pubbliche 17 pitture e 3 disegni.

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CEFALY ANDREA
Cortale ( CZ ), 1827 - 1907
Figlio di Domenico, proprietario terriero e della napoletana Caterina Pigonati, letterata e musicista, Cefaly ebbe un ruolo di caposcuola in Calabria ed è certamente il pittore più importante della regione in quel tempo. Dopo gli studi catanzaresi nel collegio degli Scolopi, il padre desiderava avviarlo alla professione forense, ma egli giunto a Napoli, 1842,  frequentò  le lezioni del letterato Cesare Malpica e di Francesco De Santis .Vinta la resistenza paterna, si iscrisse   all’Accademia di Belle Arti, allievo di Filippo Marsigli, e alla scuola libera di Giuseppe Bonolis ( suoi compagni di studi ed amici erano i Palizzi Cammarano Tedesco Altamura Morelli). Infine ebbe come guida Giuseppe Mancinelli, all’epoca considerato un innovatore. Nel 1848 prese parte ai Moti Liberali antiborbonici e combattè anche nella Guardia Nazionale, di cui fu capitano. Nel ’55 fu nuovamente a Napoli, nel tempo in cui era in corso la rivoluzione pittorica in direzione verista. Due anni dopo aprì studio al vicoletto San Mattia, divenuto confluenza e officina di pittori e letterati. Nel ’60 fu con Garibaldi, che seguì fino alla battaglia del Volturno, esperienza che tradusse in diverse opere pittoriche. Nel 1861 fu ospite di Nicola Palizzi, a Sorrento. Ritornato a Cortale, nel ‘62 vi fondò una Scuola di Pittura, presidente onorario era Garibaldi, chiamata Istituto Artistico e Letterario, o anche Società degli artieri ( dal ’62 al ’64 ne divise gli insegnamenti col pittore irpino Michele Lenzi). La scuola fu  frequentata da molti giovani artisti e del paese, Raffaele Foderaro e Michele Mangani e di quelli viciniori, Guglielmo Tomaini da San Pietro Apostolo, Antonio Palmieri e Guglielmo De Martino da Lamezia Terme, Carmelo Davoli da Filadelfia, Antonio Migliaccio da Girifalco, Gregorio e Raffaele Cordaro da Borgia, ed ebbe termine nel 1875. Si interessò attivamente di politica e fu consigliere comunale e provinciale ( anni 1871 - ’75 ), e deputato  repubblicano al parlamento ( anni 1876 - ’80 ), nella XII e XIII legislatura del Regno d’Italia, quando la destra era al potere, cercando sempre di sensibilizzare gli ambienti politici intorno alle tristi condizioni della Calabria di allora. Partecipò a molte esposizioni del tempo, tra le quali bisogna ricordare: la Mostra Borbonica di Napoli del 1859, a cui inviò le opere  Il giudizio di Minosse e La Traviata ( che fu premiata con Gran Medaglia al merito distinto e che si trova a Parigi,  Museo del “Louvre”, col titolo La Tradita );  la Mostra Nazionale di Firenze del 1861, con le opere La battaglia di Capua ( o anche Campagna del Volturno, 1 ottobre 1860, commissionatagli da Vittorio Emanuele II, in data 7 dicembre 1860,  Reggio Calabria, Museo Nazionale ) e Allegoria: il cavallo sfrenato ( Napoli ) che abbatte la reazione, riproposta alla Promotrice del ‘62; le Promotrici Napoletane del 1862, 1863, con Costumi calabresi, 1866, con  Il miglior modo di viaggiare in Calabria ( Napoli -  Museo di Castel Nuovo), opera che assieme a I calabresi, veduto ch’è inutile lo sperare più strade tentano mettersi in relazione con gli altri popoli affidandosi ad un pallone spinto da un razzo volante presentò anche l’anno dopo1867, 1880, con la Francesca da Rimini ( Napoli - Museo di Capodimonte), 1883, con alcune opere in ceramica: Corradino,  L’Inferno, Cavallo aggredito dai lupi, Partenza dei bersaglieri  e due tele: Accanto al camino e Archimede sorpreso dai soldati mentre è assorto nei suoi studi, 1884, con Fiori e farfalle e Germanico fa partire le donne dal campo; l’Esposizione di Vienna del 1873, con La battaglia di Benevento, anche questa premiata  ( Catanzaro - Museo provinciale ); la Mostra Nazionale di Napoli del 1877, con Amore e morte, Morte di Spartaco, Il viaggio di Caino attraverso lo spazio; la Mostra di Roma del 1883, con Ritratto del prof. Zuppetta,  Chi compra Manfredi? (Catanzaro – Museo provinciale ),  La battaglia di Legnano, ripresentata all’Esposizione Generale Italiana di Torino del 1884  ( Catanzaro - Museo provinciale ). Cefaly ebbe una produzione molto vasta e molto varia, dai dipinti dal vero di matrice palizziana, ai ritratti, ai quadri di soggetto letterario e storico. Negli ultimi anni incentrò il tema del suo lavoro sugli episodi della Divina Commedia. Oltre a quelle già indicate, un nucleo consistente di sue opere è conservato nel Museo Provinciale di Catanzaro ( tra le altre,  La barca di Caronte,  Episodio garibaldino, Autoritratto, Nevicata, Il cavadenti, Morte di Raffaello, Tramonto, Famiglia in terrazza, La moglie in giardino, Donna albanese con capra, La Madonna dell’Uva, Terrazza a Sorrento, Incendio di Roma, Progresso in America, Bivacco di garibaldini, La scuola obbligatoria, Caino, Piccarda Donati ), in altre sedi della città ( Bruto che condanna i figli, 1863, venduto per una somma notevole alla Provincia, nella cui sede è allocato, e per il quale ottenne una medaglia d’oro) e in collezioni private; un gruppo di cinque ritratti di compositori e musicisti ( Ettore Berlioz , Michele Costa, E. Camillo Sivori, Niccolò  Paganini, Ferdinando von Hiller ) si trovano nel Conservatorio San Pietro a Maiella di Napoli; altre sono sparse in musei italiani ( ritratto di Saverio Mercadante, Napoli - Museo di S. Martino) e stranieri. Si conosce anche un’opera scultorea, All’Italia, nella Piazza del suo paese. La 1a Mostra d’Arte Calabrese di Catanzaro del 1912 venne organizzata dal Frangipane in occasione delle onoranze decretate dalla Provincia a “Cefaly, pittore e patriota”; furono esposte ben novantuno opere. E altre ne furono esposte alle Mostre Calabresi d’Arte Moderna di Reggio Calabria del 1920,’23,’24, e alla prima retrospettiva catanzarese del 1953.  Nel cinquantenario della sua morte venne pubblicato un numero monografico della rivista “Calabria letteraria” (maggio ’57; dir. E. Frangella ), esaustivo sull’opera dell’artista.  Nel 1998 nel Complesso monumentale del San Giovanni, Catanzaro, si è svolta una importante rassegna su “Cefaly e la Scuola di Cortale” a cura di Tonino Sicoli e Isabella Valente. Episodicamente fu anche scrittore ( poesie, testi teorici, Scritti d’arte, Pensieri artistici ) e musicista ( suonava l’oboe e il pianoforte e fu inventore di uno strumento a tre corde, il “pèssolo” ).

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COLAO DOMENICO
Vibo Valentia, 1881 - Roma, 1943
Il padre desiderava avviarlo alla carriera forense, così egli frequentò per un biennio l’università di Napoli. Morto il genitore, si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Firenze divenendo allievo di Giovanni Fattori. Tra il 1907 e il 1911 visse a Parigi, dividendo lo studio, una gelida mansarda a Montmartre, con un pittore del Novecento, Anselmo Bucci e frequentando Leonardo Dudreville e Gino Severini. Esordì nel 1914 a Fiuggi, con una mostra di pastelli aventi a tema motivi parigini. Nel ’15 fu richiamato in guerra; dopo di allora  i soggetti delle sue opere si ispirarono alle umili condizioni delle genti di Calabria. Nel 1919 espose alla Mostra Collettiva del Circolo Artistico di via Margutta, Roma. Dal 1922 al 1927 fece parte, assieme a Umberto Diano, Alessandro Monteleone, Ezio Roscitano, Carmine Tripodi del Gruppo Artistico Calabrese, che cercò di opporsi agli aspetti folkloristici dell’arte meridionale, tentando di dare al problema del regionalismo artistico un’impostazione di più ampio respiro, ottenendo sopratutto negli anni ’26 e ’27, importanti riconoscimenti dalla critica ufficiale. Nel ’25  espose alla Casa d’arte Bragaglia, ancora a Roma e alla Bottega di poesia, a Milano con un importante testo in catalogo di Enrico Somarè. Nel ’26 fu presente alla 1a Mostra del Novecento, a Milano ( organizzata sotto l’egida critica di Margherita Sarfatti e inaugurata dal Duce ), con tre quadri, La Famiglia, Il grano, Paesaggio calabrese ( Roma - Galleria Nazionale d’arte moderna ); alla XCII Esposizione degli Amatori e Cultori di Roma, assieme al “Gruppo”; alla Biennale di Venezia, ove espose  Il pane e Libecciata. Il ’27 lo vide esporre all’Internazionale di Monza e il ’28  alla “Exposiciòn de Arte Francès, Italiano y del Libro Alemàn”, allestita dai pittori e dagli scultori madrileni. Nel ’29 prese parte alla 2a Mostra  del Novecento Italiano, Milano e alla III Mostra Marinara d’Arte di Roma; nello stesso anno gli fu assegnata una parete alla 1a Mostra del Sindacato Laziale degli Artisti, al Palazzo delle Esposizioni, Roma, dove espose un gruppo di dodici opere tra cui Bambino dormiente. Il ’30 partecipò alla Sindacale Fiorentina e fu presentato a Mussolini. La Biennale di Venezia lo vide ancora presente in altre sei edizioni: 1930 - con Ritratto muliebre, I vecchi, Bambino al balcone; 1932 - con tre opere; 1934 - con tre opere, tra cui  Bambino che legge e Bambino seduto; 1936 - con cinque opere; 1940 - con sala personale, comprendente diciassette opere, tra cui La pergola; 1942 - con Trebbiatura in Toscana. Il 1931 presentò tre quadri, L’uomo in cammino, Paesaggio  e un'altra opera, alla 1a Quadriennale romana; venne invitato all’estero, all’ “International  Exbition” di Pittsburg e tenne una mostra alla Galleria Pesaro di Milano, assieme ad altri tre artisti calabresi,  Monteleone Ortona Roscitano, con testo in catalogo di Michele Biancale. Nel ’32 e nel ’34 prese parte alla III e IV Mostra del Sindacato Laziale, a Roma, con otto opere la prima e tre la seconda. Ancora nel ’34 tenne una personale al Circolo delle Arti e delle Lettere, Roma; e fu invitato alla Mostra Internazionale d’arte Coloniale, Napoli e alla 1a Mostra del Sindacato Toscano, Firenze, con due opere. Nel ’35 partecipò alla Quadriennale romana con tre opere e alla Mostra sindacale dei Disegni, Roma. Nel 1939 ricevette un premio per la pittura dall’Accademia d’Italia; nello stesso anno fu nuovamente invitato alla Quadriennale romana, dove Giuseppe Bottai gli acquistò l’opera Vecchio cavallo sulla spiaggia per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Nel 1940 Corrado Alvaro gli presentò il catalogo per la mostra della Galleria Gian Ferrari di Milano, mostra nella quale era esposta una serie di paesaggi calabresi e toscani. Nel ’43 partecipò alla 4a Quadriennale romana con più opere, tra cui un Autoritratto. Fu Professore onorario dell’Istituto di BBAA di Napoli, di Firenze e di Perugia. Colao dipinse paesaggi e figure, di buona fattura, trattati con molta sensibilità cromatica, non immune dalla lezione fattoriana. Fu anche affreschista. Nella Pinacoteca Barbella, Chieti, le opere: La Casa del pescatore, Il pino solitario, Barche su una spiaggia calabrese, Paesaggio calabrese; nella Galleria Comunale di Arte Moderna, Roma, La raccolta del granturco, Autoritratto e due  Paesaggi. Tra il ’92 e il 2000 sono state vendute in aste pubbliche 4 pitture.

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GARIANI GARIBALDI
Catanzaro 1861 ( 1862 ) – 1930
Compì i suoi studi all’Accademia di Belle Arti di Napoli, seguendo gli insegnamenti di Filippo Palizzi e di Domenico Morelli, dal quale mutuò il colorismo morbido e raffinato. Dopo alcuni soggiorni romani ritornò nella natia Catanzaro, ricevendo l’influsso di Andrea Cefaly. Fu pittore di concezione moderna per il tempo in cui visse, mal compreso dall’ambiente artistico cittadino, da cui si allontanò ritenendo di esserne osteggiato. Il suo tema preferito furono i ritratti della borghesia,  da cui traeva sostentamento. Giuseppe Casalinuovo lo definì il signore del pennello. Di pregio i pastelli e le sanguigne con scene di costumi calabresi; ma dipinse anche eccellenti paesaggi, soggetti sacriopere di genere. Espose in numerose mostre in Italia ( Milano, Torino, Roma, Genova - Promotrice del 1893, con l’opera Povera mamma ) e all’estero ( Parigi, Londra, Barcellona, Monaco, Chicago ). Su invito del Frangipane, che scrisse di lui come pittore di visioni e morbidezze cremoniane, fu presente alle Biennali Calabresi del 1922 e del 1931 ( Autoritratto, attualmente nel Museo Provinciale di Catanzaro, assieme a Civetterie, popolana di Caraffa ). Sue opere in collezioni private a Cosenza ( Paesaggio, olio su cartone, Autoritratto, sanguigna, Ritratto di giovinetta, olio ), Catanzaro, Roma.

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JERACE FRANCESCO
Polistena ( RC ), 1853 ( 1854, 1857 ) – Napoli, 1937
Occasionalmente pittore, fu uno degli scultori più importanti che abbia avuto la regione, “iniziato al glorioso cammino dell’arte dall’avo suo materno Francesco Morani”(A. Frangipane ). Arrivato a Napoli nel 1869, l’anno successivo si iscrisse all’Istituto di Belle Arti di Napoli, frequentando le lezioni di Tito Angelini, Tommaso Solari e Stanislao Lista. Strinse duratura amicizia con Saverio Altamura e frequentò la casa-studio di Edoardo Dalbono, a Mergellina, cenacolo di grandi artisti del tempo: Edoardo Tofano, Giuseppe De Nittis, Marco De Gregorio, Francesco Paolo Michetti. Fu anche assiduo frequentatore delle lezioni di Francesco De Santis. Esordì alla Promotrice napoletana del 1871 con due opere di connotazione realistica, la Nidia cieca e il Ritratto di Girolamo Marafioti. Nel ’72 vinse il Concorso dei Virtuosi del Pantheon, per cui gli venne affidato l’incarico di realizzare il Monumento funebre a Mary Sommerville, che venne ubicato (1876) nel Cimitero degli Inglesi di Napoli (nel giardino della Chiesa di Santa Maria della Fede. Nel 1980 le tombe sono state sgombrate e l’area destinata a verde pubblico ). Da allora il suo lavoro fu segnato da committenze private, le aristocrazie napoletana e calabrese, e pubbliche e da successi nazionale e internazionali. Nel 1875 decorò Villa La Fiorita, oggi Villa Domi, a Capodimonte, su commissione del console Oscar Meuricoffre, per il quale successivamente ( 1885 ), realizzò il Monumento funerario ( Cimitero degli Inglesi ). Fu presente a molte Promotrici napoletane ( in alcune della quali fece parte della giuria ): 1873 - con la tela Si pavoneggia e quattro terrecotte, Emir, Alda, La pacchianella, Il conte di Xiquena; 1874 - con due terrecotte, Studio e Studietto, il bassorilievo Damea, figlia di Pitagora e il gesso Et tristis erat amica mea usque ad mortem; 1875 - col Guappetiello, bronzo, opera affine alla ricerca veristica di Gemito ( alla cui moglie, Anna Cutolo, la modella più richiesta dai pittori del secondo Ottocento a Napoli, dedicò un ritratto, Cosarella, 1884 ) e di Achille d’Orsi, e  riesposta in altre edizioni; 1876 - con due terrecotte, due gessi, Da poco nato e En attendent e un marmo, Dusicka; 1880 - con La soubrette; 1916,’17- con Myriam, G.B.Vico, e Anacreontica. Fu invitato alla Mostra Nazionale di Torino del 1880, con sette opere, tra cui Mariella, bronzo poi tradotto in marmo, Victa,  ( allegoria della Polonia : vinta, ma non domata! ), riprodotta dall’artista ben diciotto volte per soddisfare le continue richieste ( un esemplare presso l’Amministrazione Provinciale di Reggio Calabria e un altro al Museo Filangieri di Napoli ), Marion, ispirata a una poesia di De Musset e il gruppo Il Trionfo di Germanico, gesso ( poi tradotto in marmo, cm 344 x 220 x 165, e col titolo I Romani  a Roma, Galleria Nazionale d’Arte moderna, acquistato dall’artista nel 1900 ); alla Mostra di Napoli del 1877, con sei opere, tra cui ancora il Guappetiello; alla Mostra di Milano del 1881, con la Victa e la Maia, e del 1894; a Roma, nel 1883, alla grande Mostra Nazionale nel Palazzo delle Esposizioni ( appena costruito da Pio Piacentini ); alla Mostra di Bologna del 1888; alla Mostra di Palermo del 1891, con le opere Arianna, Fiorita, Principe di Satriano, Carmosina ( Napoli, Galleria di Capodimonte ), premiata con Medaglia d’oro, e del 1901, con la Statua di Antonio Toscano ( il prete calabrese che partecipò alla difesa della Repubblica Napoletana del 1799 ), per la quale gli venne nuovamente assegnata la Medaglia d’oro.  Partecipò inoltre a dieci edizioni della Biennale di Venezia ( 1895, con tre sculture; 1897, con una scultura; 1899, con otto sculture; 1903, con quattro sculture; 1905, con Hadria, Berlino- Palazzo Imperiale e un’altra scultura; 1907, con cinque opere: Ritratti in marmo o gesso di Crispi, Mosè Bianchi, della Baronessa Savarese, e altri due; 1909, con sala tutta per sè, comprendente quindici sculture ( molti Gruppi ) e cinque disegni; 1914, con una scultura; 1920, con una scultura; 1926, con due sculture ); a numerose Mostre Internazionali ( Parigi, 1878, 1887, col gruppo Eva e Lucifero, 1900; Melbourne, 1880; Monaco di Baviera, 1893, 1895, 1900; Vienna e Anversa ( con Ercolanea ), 1894; Barcellona, 1896, con l’Arianna; St Louis, 1904 ); e alle Biennali Calabresi di Reggio Calabria ( 1920 - sala personale con, tra le altre opere, La duchessa Ravaschieri, un Cristo in marmo, il bassorilievo di San Paolo, un disegno per il monumento al latinista calabrese Diego Vitrioli, un olio, e il famoso marmo Era di maggio, modellato sugli echi dei versi di Di Giacomo prima in terracotta, 1896, e poi in due esemplari in marmo,  un esemplare a Reggio Calabria, Amministrazione Provinciale; 1922 - con una terracotta, Vella, un esemplare del Guappetiello, due disegni e due pastelli, un olio, Tropea antica, un marmo, Nosside, 1920, Reggio Calabria, Municipio, e il cui gesso è conservato nella Gipsoteca Jerace*  presso l’Amministrazione Provinciale di Catanzaro; 1924 - col marmo L’Eroica, Reggio Calabria, Amministrazione Provinciale, un Busto di Stanislao De Nava, un disegno; 1926 - col marmo Cristo e un olio, Rose e spine; 1931 - con Serafina, tre disegni, Letizia, Arianna, Beethoven, quattro olii, La vallata dei mulini ad Amalfi, Paesaggio, Lia, Ritratto di suor Maria Stella Morani ). Jerace fu un lavoratore instancabile ( spesse volte sollecitò ed ottenne la collaborazione del fratello minore Vincenzo, come anche di Giuseppe Gibellini e di Fortunato Longo ), per cui moltissime sono le opere da lui realizzate. Tra i monumenti celebrativi:  le statue di Vittorio Emanuele II, 1888, da alcuni studiosi molto contestata, per la nicchia di una facciata del Palazzo Reale di Napoli; il Miracolo delle reliquie e il Martirio di San Gennaro, 1904, sulla facciata del Duomo di Napoli, risistemata dall’architetto - urbanista E. Alvino; i diciotto personaggi del frontone dell’Università di Napoli, 1910, raffigurante Federico II e la sua corte; L’Azione, 1910, ( allegoria dei valori civici del popolo italiano ), gruppo in bronzo collocato, il primo in basso a destra, nell’ambito dell’Altare della Patria ( pensato nel 1878 per celebrare il re Vittorio Emanuele, il risorgimento e l’unità d’Italia e inaugurato nel 1911 ), a Roma; il Monumento ad Armando Lucifero e il Monumento a Raffaele Lucente in piazza Pitagora a Crotone. Tra le opere a carattere sacro bisogna citare La Conversione di Sant’Agostino e Sant’Anna e la Vergine  nella Chiesa di Santa Maria a Varsavia; L’altare del Sacramento nella Chiesa matrice di Polistena; il gruppo marmoreo con I Santi Alferio, Adiutore, Filippo Neri, Francesco di Paola, 1924, intorno ad un olmo in bronzo, con due angeli in marmo in adorazione per il Santuario di Santa Maria dell’Olmo a Cava dei Tirreni;  San Francesco d’Assisi, 1927, scultura a tutto tondo e a figura intera, per Reggio Calabria, nello spazio antistante la Chiesa omonima; un Ostensorio in oro per il Congresso Eucaristico Regionale Calabrese di Reggio ( nel cui Duomo è sistemato un monumentale Pergamo, sorretto da una colonna di marmo cipollino ) ed un altro in argento, 1931,’32 per Gioiosa Ionica, nella Chiesa dell’Addolorata; la Madonna del Rosario, 1930, per la Chiesa omonima di Cittanova; San Paolo e Santo Stefano di Nicea, 1933, per la Cattedrale di Reggio Calabria, alla sommità della scalinata di accesso. Fu molto attivo anche nell’arte funeraria, come testimoniano L’Angelo, in bronzo ( esposto a Londra nel 1884 ) della  Tomba dei Campagna a Schiavonea di Corigliano Calabro; ancora un Angelo, 1900, della Cappella Greco di Cosenza; la Cappella French, 1900, nel Cimitero di Dublino; Il ritratto dei genitori nella Tomba di famiglia a Polistena; la Cappella Pesmazoglu, 1910/’14, nel Cimitero di Atene, con l’altorilievo Il mito di Demetra sul fronte e due Angeli ai lati; il sepolcro del Sen. Cocchia , con la Mater Dolorosa, 1920, nel Cimitero di Napoli. Realizzò inoltre numerosi ritratti di personaggi  pubblici o famosi: Beethoven, 1895, per il Conservatorio San Pietro a Maiella, Napoli ed esposto alla 1a Mostra Internazionale di Venezia dello stesso anno; Gaetano Donizetti, 1897, in piazza Cavour a Bergamo; Giovanni Nicotera, 1902, e Nicola Amore, 1904, in piazza della Vittoria, a Napoli; Mons. Sarnelli, a Castellammare; Pietro Rosano, 1907, nella villa comunale di Aversa; Virginia Mirelli, 1913, e la Marchesa Maddalena Rossi, 1915, nel Museo San Martino di Napoli; Andrea Cefaly e Francesco Fiorentino nella villa comunale di Catanzaro ( ove sono collocati altri quattro busti marmorei ); Gioacchino Toma, 1922, nella villa comunale di Napoli; Domenico Cimarosa, 1929, ad Aversa; Umberto di Savoia Principe di Piemonte, 1934, nel Palazzo Reale di Napoli. Nel “salone rosso” del Palazzo della Provincia di Reggio Calabria  due Teste di donna, una raffigurante una dormiente e una raffigurante, forse, l’Italia; opere nel Museo di Polistena. Sparsi in alcune piazze italiane suoi Monumenti ai caduti, realizzati spesso con una figura di Vittoria variamente interpretata: Stefanaconi, 1924; nel borgo di Marina Grande di Sorrento, 1926; Reggio Calabria, 1930, col Fante e il Guerriero bruzi; Polistena, 1935, La Bellona, una Vittoria alata bronzea che svetta sopra una roccia di pietra del Carso. In quest’ultima cittadina, in una Chiesa, è situato un altare in marmo del SS Sacramento, con il sovrastante dipinto a olio raffigurante L’Ultima cena; mentre sulla facciata esterna della casa natale di Francesco Morani è sistemato un medaglione marmoreo con l’effigie del suo maestro. Nella piana di Gerace il Monumento ai 5 martiri, 1928.** Una splendida Testa di Cristo, altorilievo in marmo bianco, si trova nella Presidenza della Camera di Commercio di Cosenza, catalogata un tempo come opera di anonimo e riportata dal sottoscritto alla originaria paternità (articolo di Tonino Sicoli su “La Provincia Cosentina” del 18 ottobre 1999). Nel ’98 in un’asta londinese è stata venduto un suo marmo.

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JERACE GAETANO
Polistena ( RC ), 1860 – Napoli, 1940
Fratello di Francesco e di Vincenzo, compì gli studi all’Istituto di Belle Arti di Napoli, allievo di Francesco Loiacono e rimanendo anche influenzato da alcuni maestri del tempo, Pratella Caprile Rossano. Partecipò a varie Promotrici napoletane ( 1883 - con l'opera A Capri; 1891 - con Un mattino; 1897 - con Ricordo di Napoli; 1916 - con Marina di Vico; 1917 - con Dolce ombra ); all’Esposizione di BBAA di Roma ( 1883 - con L’isola di Capri e altre cinque opere; 1902 ); alla Mostra di Brera a Milano ( 1886 - con Un vico di Napoli ); alla Mostra Nazionale di Bologna ( 1888 - con le opere Portici e Sorrento ); all’Esposizione Universale di Anversa ( 1894 - con Marina di Capri ). Fu presente all’Esposizione organizzata in occasione del cinquantesimo anniversario della Società di BBAA di Napoli del 1911 con tre Paesaggi. Su invito del Frangipane  prese parte alla 1a Mostra d’Arte Calabrese di Catanzaro del 1912 con l’opera Panorama di Polistena dopo il terremoto; e  alle Biennali d’arte calabresi di Reggio Calabria ( 1920 - con tre olii, Paesaggio di Polistena, Il castello di Baia, La casa di Rosa; 1922 - con quattro opere, Marina del litorale di Cuma, Il castello di Baia, Marina di Castellammare, Lago d’Averno; 1924- con Capo Miseno; 1926- con Paesaggio e Marina di Procida; 1931- con quattro opere, Castello di Baia, Marina di Baia, Partenza per la pesca, Marina di Posillipo; 1951, dopo la sua scomparsa, - con otto olii, Capri, Golfo di Napoli, Veduta di Napoli, Ulivi a Polistena, e tre Paesaggi ). Fu presente alla mostra romana Pro cultura fascista del 1930 con un Marina di Baia e a  più mostre internazionali. Sue opere in collezioni pubbliche ( Roma, Palazzo di Montecitorio, Capri ) e private ( Il castello di Baia, Cosenza, coll. privata ). Fu buon pittore di paesaggi e di marine, attento agli effetti luministici della natura e trattò anche la figura umana; occasionalmente  fu anche scultore. Le sue opere furono particolarmente acquistate da collezionisti stranieri. Negli ultimi tempi sono state battute in aste nazionali cinque sue opere.

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JERACE VINCENZO L.
Polistena ( RC ), 1862  –  Roma, 1947
Figlio di Fortunato e di Maria Rosa Morani, artista  a tutto campo, molto versatile, fu un’originale figura di pittore, scultore ( uno dei maggiori a cavallo fra Otto e Novecento), orafo, decoratore, architetto. In paese fu mandato a bottega da un falegname; ma, trasferitosi a Napoli, frequentò inizialmente lo studio del fratello Francesco, in via Amedeo, e poi l’Istituto di Belle Arti  allievo di Palizzi e Morelli e quindi di Saverio Altamura. Completò poi la sua formazione con soggiorni a  Londra, in Belgio, in Olanda. Esordì all’Esposizione Nazionale di Torino del 1880 ( non aveva che diciassette anni compiuti ) con Testa di somaro, bronzo a grandezza naturale, Asinello e coniglio ( un esemplare a Polistena, Biblioteca comunale ) e Maialino ( riproposto a Monaco di Baviera nell’83 ); mentre l’anno successivo fu presente con quattro bronzi, Noli me tangere, Ariete, Somarello, di derivazione palizziana, e un Vaso alla Mostra di Milano, che lo vide presente anche nel 1892, con Giovane contadino con maialino ( che un critico ritenne essere “degno di un Cellini”) e nel 1906, con tre disegni a sanguigna. Nel 1882 ebbe la Medaglia d’argento all’Esposizione Nazionale di Palermo; nello stesso anno modellò un gesso, ora disperso, in omaggio a Garibaldi, Il Leone d’Aspromonte, opera che, esposta all’Esposizione di BBAA di Roma dell’anno successivo, ottenne consensi e critiche in egual misura. Il monumento si sarebbe dovuto collocare sul monte Sant’Elia di Palmi, da poter essere veduto dal mar Tirreno, secondo la volontà dell’autore; ma gli fu negata la commissione in granito. Partecipò a varie Promotrici napoletane ( 1883 - con opere in bronzo e in gesso; 1888 - con un bronzo, Neme, e uno Studio a sanguigna; 1890 - con un bronzo e un camino; 1896 - con sei opere, tra cui le sanguigne Studio di donna calabrese, e Lilis, un grande cartone, acquistato dal re Umberto I,  Tigre, bronzo, Fauna e Maialina, bronzi argentati; 1897 - col bronzo La Vomerese e una Radiolaria, vaso in marmo ); all’Esposizione Nazionale di Venezia ( 1884 - non ancora Biennale Internazionale che vide la luce l’anno successivo,  col camino Decus pelagi * ,” Il decoro del mare “, esposto due anni dopo alla Mostra di Brera a Milano ( assieme a un Tacchino e a un Maialino ) alla Mostra di Londra e nel ’90 alla Promotrice napoletana, prima di essere acquistato dal Principe di Sirignano ( sullo scalone  del cui palazzo napoletano sono sistemati gli altorilievi in marmo Flora, Fauna, 1889 ) e quindi, messo all’asta, dall’inglese Beauchman, oggi in collezione privata a Norfolk, G.B.; 1887 - con una delle sue opere più celebri, Ex cubitor, figura simbolica donna-angelo-serpente, e ripresentata a Londra nel 1888 ); a quattro edizioni della Biennale di Venezia ( 1895 - con due sculture e quattro disegni; 1897 - con due sculture; 1910 - con due sculture, Tigre in agguato, collezione Regina Margherita e Tacchino; 1928 - con una scultura ); e alle Mostre di Bruxelles, 1897, con l’opera Tigre in agguato; Barcellona, 1887, con La Maialina, premiata con medaglia d’oro, Museo d’ Anversa, 1888, 1896, con vari Studi a sanguigna e alcuni Vasi in bronzo e in marmo, per uno dei quali ebbe una menzione ufficiale, 1910; Torino, Esposizione di Arte Sacra, 1888, in cui gli venne conferita la Medaglia d’oro; Anversa, 1894, mostra nella quale Jerace rappresentò l’Italia assieme allo scultore chietino Costantino Barbella e al pittore Giulio Aristide Sartorio e dove espose quattordici opere, tra cui alcune sanguigne, Aurora, Beatrix e Lea, acquistata dal Re per il Palazzo Reale di Napoli, e la famosa Radiolaria, vaso in marmo, acquistato dal locale Museo di Arte Moderna; Vienna, 1896; Roma, Esposizione “In arte Libertas”, 1902, con ben diciassette opere; Torino, 1908, con due Ritratti a sanguigna e una Mensola;  Roma, 1911, con Dente per dente; Milano, 1916, con Lonza dantesca, Tigre in agguato e Aurora; e, su invito del Frangipane, alla 1a Mostra d’Arte Calabrese, Catanzaro, 1912, con due sanguigne ed uno studio di tipo muliebre calabrese; e alle Biennali Calabresi di Reggio Calabria ( nel ’20 espose La vigilanza, Un calice, L’olocausto ). Nel 1928 fu presente alla Mostra Silana delle Arti popolari, San Giovanni in Fiore, con la sanguigna Osculater me, acquistata l’anno successivo per lire 1300 dalla Provincia di Reggio Calabria. Eseguì una decorazione nel palazzo napoletano del Duca di Guardia Lombarda, tratta dagli “Amori degli Angioli “ di Thomas Moore; tavoli in bronzo e altre decorazioni in stile liberty per Villa Imparato, a Castellammare di Stabia e per Villa Pierce, a Napoli ( poi appartenuta ad Achille Lauro ); per la chiesa della SS Annunziata di Sabaudia una statua di Cristina di Savoia. Collaborò col fratello Francesco per alcune committenze ( Monumento a Francesco Fiorentino, a Catanzaro; Monumento funebre al Barone Francesco Compagna, a Corigliano Calabro ). Si interessò altresì di architettura, realizzando numerosi progetti ( studio londinese del pittore sir Fr. Leighton, 1920, decorazioni ed arredamenti compresi ). Fu autore di vari Monumenti ai caduti ( Lamezia Terme – Nicastro, Rossano, Bevagna,  Vibo Valentia, Sant’Andrea di Conza, 1924, ove il monumento è sormontato dalla statua della Giovane Italia ) e di opere d’arte sacra ( una Statua del Redentore, sul colle dell’Ortobene, 1901, a Nuoro; e un altro al Santuario di Polsi, 1907, in Aspromonte; un busto-ritratto di Pio X nella sagrestia del Duomo di Gerace; un Candelabro Pasquale nel tesoro del Duomo di Pompei; gli Evangelisti, altorilievi in stucco alla base della cupola della Chiesa del SS Rosario di Polistena; un Volto di Gesù nel Duomo di Reggio Calabria ). Fu più volte premiato e le sue opere si trovano in vari musei ( Pinacoteca di Dresda, Faunetta che allatta; Galleria d’Arte Moderna di Roma, La figlia Luisa, 1928; Provincia di Catanzaro, Maternità, altorilievo in gesso; Uffizi di Firenze, Autoritratto, carboncino, 1890 ) e in grandi collezioni private ( Regina Margherita, Aurora italica e Re Vittorio Emanuele III ). Molto interessanti  sono le sue   Radiolarie ( disegni ispirati ai crostacei e alle piante esotiche e anche, con lo stesso nome, vasi in ceramica, marmo, argento, dalle forme bizzarre ), come anche le sue opere a sanguigna (Rubi, La Pace, Aurora italica, Ritratto della moglie,1888), tecnica che elevò a sua predominante. Molto pregiati i soggetti simbolisti con personaggi femminili. Alla 2a Mostra d’arte di Polistena del 1955, nella sala retrospettiva,  furono presentate opere di pittura, Testa di donna, Castello di San Giorgio, Paesaggio, Pino di Cittanova e di scultura, Busto di filosofo. Oltre cinquecento opere sono sparse in Italia (a Polistena, nel Museo; ad Anoia, nella nuova Chiesa parrocchiale due sculture, Innocenza e Penitenza; nella Biblioteca comunale di Reggio Calabria Il sogno, 1888, sanguigna su cartoncino e Ritratto di Fanny Salazar, 1897, sanguigna su tela ) e in tutto il mondo: Canada, Cuba, Parigi, Inghilterra, Los Angeles, nel cui parco monumentale è collocato il monumento in marmo Sinite parvulos venire ad me. Secondo il Bargellini Vincenzo Jerace fu in qualche maniera il corrispondente in scultura del Palizzi pittore. Fu socio onorario dell’Istituto di BBAA di Napoli e socio corrispondente della Secessione di Monaco di Baviera. Per  un certo periodo assunse anche la direzione dell’Istituto Magistrale “Suor Orsola Benincasa” di Napoli, portandovi una ventata di freschezza facendo disegnare dal vero le oltre quattrocento allieve. Pubblicò un volume di critica, La donna nelle opere di Michelangelo, Giannini editore, Napoli. Negli anni ’97 e ’99 sono state battute in aste nazionali due sculture dell’autore.

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RENDA GIUSEPPE
Polistena ( RC ), 1862  ( 1859 ? )  – 1939
Scultore, studiò all’Accademia di Belle Arti di Napoli, allievo di Gioacchino Toma , Stanislao Lista e Tommaso Solari, assumendo nel tempo un atteggiamento intollerante verso l’accademia e avvicinandosi ai cosiddetti Cospiratori del Vomero, i pittori Casciaro Biondi Pratella. Fu uno degli esponenti più illustri dell’art nouveau, autore di importanti monumenti civili e funerari e di bronzetti erotici, Dopo, Estasi, di gusto liberty, che sprigionano la joie de vivre di una letteraria belle époque. La sua ispirazione gli derivò dalla letteratura verista prima e da una compiaciuta esaltazione della bellezza muliebre. Si fece conoscere alla Promotrice napoletana del 1884, svolgendo in seguito intensa attività e partecipando a  numerose esposizioni nazionali ( Palermo, 1891, con Angelo caduto e Così mi ami; Milano, 1894 e 1906, con La Fortuna; Firenze, 1896, con Prima ebbrezza; Torino, 1898, con Voluttà  e Ondina; Verona, 1900 ) e internazionali ( Barcellona, 1894, 1898, 1907; Monaco di Baviera, 1896, con un’opera  già esposta, Prima ebbrezza, per cui ebbe la medaglia d’oro, 1899, con Clara, 1901; Pietroburgo, 1898, con Estasi e 1902; Strasburgo, 1898; Parigi, 1900, con Monelli Napoletani, opera premiata; Vienna, 1901; Bruxelles, 1903;  St Louis, 1904, con Dopo, che gli fece avere la medaglia d’oro;  Buenos Aires, 1910; San Francisco, 1915). Tra i monumenti realizzati è notevole quello dedicato al Generale Enrico Cosenz,  modellato nel 1910 e sistemato nei giardini della Riviera di Chiaia a Napoli. Nella stessa città  un Busto di Tommaso Campanella nell’atrio dell’Università, e uno di Leopardi nel Liceo Genovesi. Un Monumento ai Caduti a Castellammare di Stabia e un altro a Pazzano. Nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Milano il bronzetto Violetta, 1908; nel Museo d’Arte Moderna di Roma Ondina; nella Pinacoteca di Ascoli Piceno il bronzo Estasi. Molto interessanti e conosciute le sue Tanagrine *; piacevoli anche i suoi Presepi, in argilla. Fu membro della Società Reale di Bruxelles e Professore onorario dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, 1912, città in cui godette di vasta popolarità, se persino lo scultore Achille d’Orsi, uno dei massimi esponenti del Verismo, ricorreva a lui per risolvere alcuni problemi di tecnica. Indicativi i titoli delle sue opere: Colpo di vento, Il sogno, Non mi toccare, Gioia di vivere, Fortuna, La danza, Bambina con cerchi. Pur tuttavia Renda non fu immune da una produzione macchiettistica , di tipo post - gemitiano, con abbondanza di scugnizzi e ciucci, ma tutto questo non fu un fatto attribuibile esclusivamente all’artista quanto dovuto al contingente e al clima retrivo e piccolo borghese della società meridionale del tempo. Fu presente alla Mostra Calabrese d’Arte Moderna del 1920 a Reggio Calabria, esposizione alla quale prese parte anche la figlia TERRA. Nel 1936 alla 3a Mostra Sindacale d’Arte della Calabria a Reggio S.M. il Re acquistò l’opera Donne di Tiriolo. Alla 2a Mostra d’arte di Polistena del 1955, nella sala retrospettiva, fu presentato il bronzo Dopo, già esposto a Saint Louis. Una sua opera, La Fortuna, alta 7 metri, fusa in bronzo dall’originale in gesso, è stata sistemata nell’atrio della sede della Banca Antoniana Veneta di Polistena. Tra il 1990 e il 2000 sono passate in asta ben 12 sculture dell’autore.

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SALFI ENRICO
Cosenza, 1857 – 1935
Nel 1876 a Napoli, anno che aveva visto spegnersi il capofila della Scuola di Posillipo, Giacinto Gigante, e che adesso viveva la rivalità pittorica tra gli studi veristici di Filippo Palizzi e la fantastica immaginazione di Domenico Morelli, giunse il Cosentino Enrico Salfi per frequentare il locale Istituto di Belle Arti ( ’76 / ’79 ). Era  nato, Enrico Salfi, un artista che, per il posto che occupa nella storia dell’arte calabrese, non merita certo di rimanere ancora nell’ombra, il 26 novembre 1857, a Cosenza, città in cui compì gli studi ginnasiali. Venendo nella capitale borbonica, palestra degli ingegni meridionali e centro internazionale per la cultura artistica, per la prosecuzione degli studi, il giovane ebbe come maestri il Calabrese Angelo Mazzia e Giuseppe Bellisario per il disegno, Vincenzo Marinelli e Federico Maldarelli per lo studio dei frammenti, Raffaele Postiglione per la statuaria  e il celebre Domenico Morelli per la pittura. Del Morelli ben presto divenne l’allievo preferito, avendo il Maestro rinvenuto in lui doti non comuni di fantasia e di talento pittorico. A Napoli rimase fino all’età di 36/37 anni, contraendo numerose amicizie nell’ambiente artistico e letterario e conoscendo e frequentando i maggiori pittori del tempo, Filippo Palizzi, Michele Cammarano, Gioacchino Toma, Vincenzo Volpe, Giuseppe Casciaro, Attilio Pratella , con la gran parte dei quali espose in numerose manifestazioni. Intorno agli anni ‘93/’94 fece ritorno a Cosenza, restaurò la propria villa in stile pompeiano ove aprì studio e partecipò assiduamente alla vita pubblica, ricoprendo importanti cariche ufficiali ( ispettore dei Monumenti e Scavi; membro della commissione dei Monumenti d’ arte e d’antichità; curatore e riordinatore del Museo civico ). Enrico Salfi fu buon seguace di Domenico Morelli, da cui rimase profondamente influenzato. Dopo un periodo di imitazione del Maestro ( di questa fase l’opera Figura di profeta ), come accade a tutti i grandi artisti ( e bisogna sottolineare che Salfi fu artista valoroso e completo per la qualità e il valore delle opere prodotte, per il rilievo nazionale e internazionale di cui godette ai suoi tempi ), se ne distaccò mostrando un’impronta personale e geniale. Fu il pittore delle scene pompeiane, così come il Cammarano fu il pittore delle battaglie; ma trattò anche il soggetto religioso ( dipinse parecchie Madonne, nel raffigurare le quali “ha seguito con sano criterio” il grande Maestro Domenico Morelli ) e biblico e, talvolta, il paesaggio. Si affermò moltissimo come eccellente ritrattista, sopratutto nel periodo “cosentino”, e per la perfezione tecnica e per la notevole somiglianza del dipinto al personaggio. Basti pensare ai Ritratti di Luigi Mascaro, Mariano Campagna, Francesco Marini Serra, Luigi Trocini, Donato Campagna, e di tanti altri personaggi della borghesia cosentina del tempo. Bisogna anche ricordare che Salfi fu l’autore del “plafond” del Teatro Comunale Rendano di Cosenza  ( al tempo detto Teatro Massimo ) sull Allegoria delle arti, opera successivamente distrutta  dai bombardamenti ( il bozzetto è conservato in casa Salfi ) e del grande quadro I figli di Bruto, un tempo nella sala dell’ex Consiglio del Municipio di Cosenza: la tela, che gli venne commissionata dall’allora sindaco della città, cav. Giuseppe Campagna, portava la data 1899 e fu lodata dal celebre compositore Camillo Boito durante una visita a Cosenza. Dipinse anche opere sacre, per alcune chiese calabresi  ( Cerisano, Chiesa di San Domenico, la Madonna del Rosario tra San Domenico e Santa Caterina; Chiesa del Carmine, San Pietro, 1884, commissionata da Pietro Greco; San Paolo, 1884, commissionata dal priore Paolo Greco; Parenti, nella cappella di San Pasquale della Chiesa parrocchiale, un’opera; Marzi, Parrocchiale di Santa Barbara, San Paolo, San Pietro, Santa Barbara ). Oltre che pittore Enrico Salfi fu anche compositore ( si conosce una serenata, Dal Mare, di cui scrisse parole e musica ) e poeta e pubblicò un volume di versi dal titolo Lyrica Pompeiana, Cosenza 1888, Tipografia Municipale di F. Principe, opera che riscosse il plauso di molti letterati, tra cui Enrico Panzacchi, sul suo periodico Lettere ed Arti, e Mario Rapisardi, lettera del 2.3.’87. Fu un abile restauratore e un profondo conoscitore degli scavi di Pompei ( di cui restaurò la casa detta di Cave canem ); compilò inoltre una Piccola guida di Pompei, Effesette, Cosenza, 1990 , il cui manoscritto originale è illustrato da 27 eccellenti disegni a punta di penna. Del periodo napoletano sono i due Plastici del poeta tragico, Pompei, Casa del Poeta tragico, uno dei quali fu in mostra a Parigi, Petit Palais, nel 1977. Partecipò a numerose esposizioni in Italia e all’estero: Promotrice Napoletana, 1880, con Alla fontana; 1881, con Al passeggio; 1882 con  Lydia, opere disperse; 1884, con Licet ?, Napoli, Amministrazione Provinciale; 1885, Le Maghe ( o Le Streghe ); 1890, con In attesa della sposa e altri soggetti di ispirazione classica;  Mostra di Bruxelles, 1881, con la riproposta di Lydia ; Esposizione di Roma, 1883, ancora  con Licet ?, e Venditore di anfore a Pompei, Milano, Galleria d’Arte Moderna; 1886,  nuovamente con La Maghe; 1887, con Parassiti postulanti, La lettiga, Nozze pompeiane ( o Alle nozze ); 1911, con Il Giuda;  Mostra di Torino, 1884, ancora con  Le Maghe; 1898, con La Sacra Famiglia e Sul Golgota; Mostra di Venezia, 1887;  Mostra di Genova, 1904, con Satana vinto; Biennali d’Arte Calabresi di Reggio Calabria: 1920; 1922, con In attesa della sposa, acquistato dalla Real Casa; 1924; 1926, col Cantico dei cantici, Reggio Calabria, Biblioteca comunale; 1931, con L’ebreo errante, Cosenza, collezione privata.  Morì il 14 gennaio 1935.        

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SANTORO FRANCESCO RAFFAELE
Cosenza, 1844 – Roma, 1927
Figlio e allievo di Giovanni Battista, pittore al tempo assai noto, studiò a Napoli, trasferendosi nel 1863 in Inghilterra, dove sposò una ricca scozzese. Nel 1865 fu certamente in Calabria, a Cosenza  e nei paesi viciniori; e traccia di questa permanenza sono alcuni Ritratti ( uno dei quali datato ) a Villa Filosa dell’ing. Pietro Mari in Aprigliano. Rimasto vedovo, risposò un’ inglese da cui ebbe tre figlie. Si trasferì pertanto a Edimburgo, ma nel 1885 fece ritorno in Italia, vivendo a Roma in inverno, con studio in via San Basilio 13, poi in via Sistina 123 e infine in via di Porta Pinciana 14,  a Spoleto in estate. Fu presente a numerose esposizioni: Promotrici Napoletane del 1863, con La lettura; 1869, con Tutti l’ultimo sospiro mandano i petti alla fuggente luce, da un’opera del Foscolo; 1879, con   Fontana di Piano Scarano - Viterbo, Ponte rotto - Roma; 1881, con Checca – Costume della campagna romana e due Ricordi di Rocca di Papa; Mostra Nazionale di Napoli del 1877, con Il lutto in Fuscaldo; Torino, dal 1875 al 1893 ( nel 1880, con Il medico dell’anima, Assorte ad altri affetti e Momento d’ozio ); Genova, dal 1876 al 1895;  Milano, 1881, con tre opere di genere, Dopo il lavoro, Ricordo di Amalfi, Prima tappa; Venezia, 1887, con Dolce far niente